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L’Italia di destra è un paese per i giovani?

Italia di destra

L’Italia di destra non è un paese per giovani. La ricchezza nelle mani di pochi privilegiati e poteri forti. La pochezza della sinistra che alza la voce.

Il grido d’allarme che sembra essere “passato di moda “e\o “svuotato di significato” è quello relativo all’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi ricchi e la povertà delle masse che la “sinistra” dimentica quotidianamente.

La “favola dell’Italia” che “i destri” vogliono narrare non tiene conto di questa forte disuguaglianza economica che mina la fonte costituzionale dei nostri diritti, danneggia i giovani e punisce il ceto medio.

Dal 1980 ad oggi, la distribuzione della ricchezza in Italia è diventata notevolmente più ineguale, con una forte concentrazione verso l’alto. Dagli anni ’80 ad oggi la disuguaglianza si è accresciuta, oggi il 10% più ricco in Italia controlla circa il 60% della ricchezza, lasciando al 50% più povero solo una piccola frazione, l’effetto è la povertà assoluta per sei milioni di italiani.

Numeri che parlano da soli, “i poteri forti” hanno concentrato la ricchezza nelle loro mani, distruggendo quel “ceto medio operoso” che è stato sempre il nerbo economico dell’Italia.

Oggi, grazie anche agli interventi dei “destri italioti “che mirano ad arricchire chi è già ricco e potente ed a togliere ricchezza al ceto medio, si è determinata una vera catastrofe sociale che la “sinistra” una volta amica dei poveri e degli operai, fa finta di non vedere.

Le recessioni originate dalla stabilizzazione del debito dopo i Maastricht, dalla crisi finanziaria del 2008 , da quella del  debito sovrano e dalla pandemia ha ampliato la differenze economiche, ristretto l’ambito dei pochi ricchi e cagionato la sconfitta storica, politica del ceto medio che si “arrabatta” per arrivare a fine mese, ma che non ha costruito un progetto di lotta politica, di costruzione del consenso per richiedere una migliore ridistribuzione della ricchezza che il paese genera annualmente.

La bassa crescita di produttività in uno ai salari reali penalizzati hanno cagionato questo tracollo sociale.

Pagina ancor più buia per i giovani lasciati al proprio destino, dietro “lavoretti”, part time, formazione, attività sociali ma dove lo “stipendio” è una lontana chimera che impedisce loro una prospettiva di vita e di orizzonti.

La flessibilità, la frammentazione dell’orario di lavoro, non è vero che ha determinato un reale aumento dell’occupazione, ma solo una riduzione degli stipendi, un orario lavorativo di poche ore settimanali, quindi una impossibilità di progetto di vita evidente. Ridotta intensità del lavoro e basse retribuzioni esasperano il fenomeno della povertà lavorativa che assume oggi un profilo preoccupante per le giovani generazioni

Tra i paesi Ocse, l’Italia si colloca ai primi posti in termini di disuguaglianza di reddito. I bilanci familiari attestano la maggiore occupazione, ma anche il minor reddito prodotto dalle famiglie quindi la povertà che genera il part time a scapito del ceto medio e di quello popolare. Insomma una lunga agonia, la scia dei poveri che si allunga, eppure nessuno, iniziando dalla Chiesa, per finire ai partiti, che alzino la voce su questo disastro sociale.

Le riforme del settore lavoro, volute negli anni scorsi da governi di sinistra hanno ottenuto qualche effetto?

Sicuramente si, sono state utili per arricchire i ricchi, che con la flessibilità si possono più facilmente disfare del lavoratore, che ha perso forza contrattuale, tutela, con il sindacato oramai alla deriva storica ed anche spesso inutile a difendere diritti sempre più deboli e labili.

In questo quadro devastante, i giovani sfruttati ed inoccupati, non hanno neanche più la forza della protesta, dell’analisi critica, della presa di coscienza dei loro problemi, rincorrono vanamente stage senza contributi, una misera formazione pubblica che genera non più di 500 euro mensili e che non produce una reale occupazione al termine; lavoretti part time allo stesso livello.

Nel mentre, la destra ha consentito la moltiplicazione della ricchezza per le banche, per le multinazionali dell’elettricità e dei telefoni che sfruttano il monopolio del mercato per produrre utili; per le assicurazioni che incassano somme ma che difficilmente liquidano sinistri. C’è lo spazio di una vera “sinistra” non di facciata o di mera tracotanza dialettica, ma di progetti, di idealità di capacità di ridisegnare lo stato sociale, non avere paura del reddito di cittadinanza minimo per i poveri, di sovvertire normative utili per i super ricchi della nostra nazione.

(Michele Marra)

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