L’ALGORITMO DELLA GUERRA: IL CINISMO, L’ERRORE E LA DERESPONSABILIZZAZIONE DELLA HYPERWAR
Quando il codice sostituisce la coscienza, la guerra diventa un'equazione e l'errore una statistica accettabile
Il 28 febbraio 2026 non è stata solo una data sul calendario, ma probabilmente il momento che ha segnato il superamento definitivo della soglia tecnica della guerra analogica. In questo giorno, mentre il mondo assisteva all’inizio dei raid israelo-statunitensi contro l’Iran, si è consumata una tragedia che sembra incarnare perfettamente il nuovo paradigma bellico: la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab è stata rasa al suolo da un missile durante l’orario scolastico. Il bilancio è stato atroce: 180 vittime, in gran parte bambine, in quello che è stato definito, ad oggi, l’attacco più letale dell’intera campagna di bombardamenti.
Questo evento non appare ai più, un incidente umano, ma il prodotto della Hyperwar, una forma di conflitto dominata dall’intelligenza artificiale (IA) e dall’automazione, dove la potenza si misura nella supremazia del software anziché nell’hardware e cioè nei tradizionali pesanti mezzi bellici. In questa nuova era, il fattore umano subisce un’alienazione totale, riducendo i tempi di reazione a livelli sub-secondi e trasformando vite umane in meri dati processabili.
La rivoluzione più brutale della Hyperwar risiede nella distruzione del ciclo OODA (Osserva, Orienta, Decidi, Agisci). Nella storia militare classica, al netto dei fattori etici, i generali avevano il tempo per la pianificazione ragionata; oggi, la velocità del calcolo automatico rende il pensiero critico umano un “imbuto” che rallenta le operazioni. Sebbene formalmente si parli ancora di uomo “nella catena” (human-in-the-loop), la decisione di colpire obiettivi è di fatto delegata a sistemi che processano flussi infiniti di dati da satelliti e smartphone in pochi secondi.
Il cuore oscuro di questa tecnologia risiede in sistemi come Lavender o Gospel (Habsora), progettati per generare “Kill Lists” (liste di bersagli) a ritmi insostenibili per qualsiasi analista umano. Esiste un parallelo inquietante tra gli algoritmi dei social media e quelli militari: entrambi usano la pattern recognition per identificare strutture ricorrenti nei dati. Mentre un algoritmo decide quale contenuto mostrarci per trattenerci su una piattaforma, l’altro decide chi eliminare basandosi su tracce informative. Questa è la massima espressione del cinismo tecnologico: trattare la vita di 180 persone inermi (quasi tutte bambine), come una traccia statistica priva di ogni consequenzialità morale.
L’affidamento cieco all’IA espone l’umanità a errori devastanti. Se in passato leader come Barack Obama si assumevano la responsabilità personale e l’angoscia emotiva per gli errori dei droni, oggi la selezione di migliaia di nomi — come i 33.000 presunti terroristi a Gaza — è lasciata quasi certamente a un calcolo probabilistico.
Oltre al peso etico, questi sistemi sono tecnicamente vulnerabili a:
- Adversarial attacks: mimetismi o adesivi capaci di ingannare i sensori della macchina.
- Data poisoning: l’inserimento di dati corrotti per “avvelenare” il ragionamento dell’algoritmo.
Quando un algoritmo “prescrittivo” indica direttamente l’azione da compiere, l’uomo viene marginalizzato, trasformando un potenziale errore di sistema in un massacro ingiustificato. La tragedia della scuola Shajareh Tayyebeh ci pone di fronte a una domanda ineludibile: è eticamente accettabile delegare il potere di vita o di morte a una stringa di codice?
L’intelligenza artificiale opera su dataset passati; un tale sistema non può né progettare né comprendere il futuro di una società complessa, ma solo replicare una logica di sterminio automatizzato in un percorso inesorabile verso l’eclissi umana.
Luigi Di Nuzzo
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