Caso Ranucci, Lavitola crolla in interrogatorio: “Sono io il mandante dell’attentato, volevo fargli alzare la scorta”
Una clamorosa ammissione rimette totalmente al centro della cronaca il caso legato alle minacce contro il giornalista di Report Sigfrido Ranucci. Nel corso di un drammatico interrogatorio di garanzia durato oltre cinque ore, l’ex editore e faccendiere Valter Lavitola ha confessato davanti agli inquirenti di essere il mandante del fallito attentato ai danni del conduttore televisivo, confermando in pieno il quadro indiziario delineato dai magistrati della Procura della Repubblica di Roma.
Lavitola, stretto dalle contestazioni della procura, ha ceduto decidendo di confermare la tesi dell’accusa: ha ammesso le proprie responsabilità dirette nell’ideazione del piano punitivo contro il cronista, fino a oggi rimasto al centro di una fitta rete di sospetti e riscontri investigativi.
A colpire gli inquirenti è stata la giustificazione presentata dall’indagato durante la deposizione: Lavitola ha infatti sostenuto di aver commissionato l’azione criminale con l’obiettivo opposto: proteggere il giornalista. Secondo la sua versione, le minacce e il piano di aggressione sarebbero serviti a creare un caso attorno a Ranucci, descritto come bersaglio di “parecchi e pericolosi tentativi di aggressione” da parte di terzi. Spaventando le istituzioni con un finto attentato, Lavitola avrebbe così cercato di forzare le autorità ad innalzare i livelli di protezione e sicurezza attorno al conduttore.
La Procura di Roma valuta ora con estrema attenzione le dichiarazioni rilasciate dal trentaquattrenne, per verificare la totale attendibilità del movente e identificare eventuali complici che avrebbero dovuto eseguire materialmente l’atto. Resta da capire se dietro quella che viene presentata come una bizzarra “operazione di tutela” si nascondessero in realtà ricatti o precise strategie intimidatorie mirate a bloccare le inchieste giornalistiche del conduttore di Rai 3.
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