Addio a Gino Paoli: l’arte “Senza fine”.
Gino Paoli non è più concentrato in uno spazio-tempo corporeo, limitato dai sensi, dalle parole e da quelle emozioni che in vestito da abito da sera chiamiamo sentimenti.
Lascia questo nostro tempo limitato con il suo tempo di fine musico, che ha lasciato gli ormeggi che legavano i suo pathos nel nostro cuore. Triste ma mai intristito, nel suo proporsi Gino Paoli va via in un momento musicale bizzarro, fatto di niente e di nulla, di autotune e stupidità. Gino Paoli un “vero” che va via in punta di piedi come ha fatto per tutta la sua vita portando nelle nostre piccole vite spesso luce di Eternità, nostro malgrado. Gino Paoli esponente della scuola genovese dei “grandi noti” della musica italiana come Lauzi, Bindi De Andrè, sarà l’alfiere dell’estremo, sempre presente nelle vite di tutti noi attraverso la porta della melodia come panacea di tumulti coprendo censure morali dell’epoca ed interdittivi borghesi. Canterà il bello del “bordello” in “Il Cielo in una Stanza “che il divenire determinerà come Archetipo degli amori impossibili, visionari tou court oltre ogni muro di limitazione. “Senza fine” sarà profetica e nella stessa apologia della immortalità cognitiva nella frammentazione temporale come negli orologi molli di Salvatore Dalì. Innovatore e traduttore emotivo del decadentismo alla Jack Brel, sfiderà la sua stessa esistenza con un colpo di pistola al suo “cuore” centro del suo delirio sistemico strutturalizzato proteso alla ricerca di Amore. L’ogiva si fermerà nel pericardio per tutta la vita, a monito della certezza che la spina non toccava a lui staccarla. Si commuoveva o rideva di rabbia parlando di Tenco del quale non in pubblico, né esaltava il coraggio di essere, anche nel suo ultimo nulla. Stefania Sandrelli fu croce e delizia, ancora croce ed ancora delizia, come una eterna rincorsa tra lo yin e lo yan, sui tetti delle nostre giornate proprio come la sua gatta che offusca quelle dei terrazzi parigini. Amanda sarà ciò che ti legherà al soffrire quotidiano, necessario per quella catarsi che le tue canzoni provocavano, come in ” quando ti ho vista arrivare”, dove mescolando le carte non ha mai lasciato intendere se fosse la vita o la morte a venirgli incontro, la seconda come un vecchio rimorso o vizio assurdo come scriveva Cesare Pavese. Ciao Gino e Grazie di ogni nota, di ogni parola, grazie per esserci stato ed attraverso le tue opere esserci ancora con noi, anche da lassù dove metterai a frutto ancora i talenti che Dio ti ha donato per donare a noi un sapore di sale per potere affrontare la vita ogni giorno.
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