Viktor Orbàn ha perso.
La svolta europea contro ogni deriva antidemocratica
Percentuali bulgare a favore di Péter Magyar in Ungheria: l’avversario di Viktor Orbàn sta vincendo con oltre il 54%, secondo le prime proiezioni, con un vantaggio che appare ormai strutturale e che non rappresenta soltanto un cambio di governo ma l’inizio di una possibile rifondazione dell’immaginario politico europeo; infatti sembra incrinarsi l’intero impianto politico che, per oltre un decennio, ha sostenuto l’idea di un’Europa attraversata da pulsioni illiberali e da un nazionalismo identitario sempre più assertivo.
Una folla oceanica sì è riversata in piazza applaudendo al risultato, per celebrare non soltanto la vittoria di un leader, ma l’idea stessa di un ritorno alla normalità democratica dopo anni in cui il potere aveva assunto tratti sempre più antidemocratici. L’immagine di un Paese che si riappropria del proprio destino politico risuona come un monito oltre i confini nazionali: la stagione dell’impunità populista non è eterna.
Duro colpo tanto per Trump quanto per Putin che entrambi perdono il loro cavallo di Troia in Europa. Donald Trump e Vladimir Putin avevano investito sull’Ungheria di Orbàn come avamposto strategico. La sconfitta dell’ex leader ungherese, che per anni ha paralizzato decisioni cruciali dell’UE e ostacolato il sostegno a Kyiv, indebolisce simbolicamente l’asse sovranista.
Per molti ungheresi, queste elezioni sono state vissute come un referendum identitario: Mosca o Bruxelles, isolamento o integrazione, chiusura o dialogo. La scelta sembra essersi orientata verso l’Europa, non tanto per adesione incondizionata ai suoi meccanismi, quanto per il rifiuto di un modello che aveva progressivamente eroso lo Stato di diritto, la trasparenza istituzionale e la libertà dei media.
Resta ora da capire se questa notte ungherese segni davvero l’alba di un nuovo ciclo politico in Occidente. La caduta di un simbolo dell’“illiberalismo” europeo potrebbe anticipare un più ampio ridimensionamento delle destre radicali, costrette a confrontarsi con la stanchezza di un elettorato che non si riconosce più nelle narrazioni della paura e dell’assedio culturale.
Il voto ungherese sembra inserirsi in una dinamica più ampia che attraversa l’intero continente: la tensione tra modelli politici che privilegiano la stabilità attraverso il controllo e modelli che puntano sulla trasparenza, sulla partecipazione e sulla tutela dei diritti.
L’Ungheria, dunque, non è stata soltanto teatro di una competizione elettorale, è diventata un laboratorio in cui l’Europa ha potuto far emergere le proprie contraddizioni e le proprie possibilità. Se questo segnerà l’inizio di un nuovo ciclo politico o resterà un episodio isolato dipenderà da molti fattori, ma il messaggio emerso è inequivocabile: la domanda di democrazia, di diritti e di apertura non è un residuo del passato, bensì una forza viva che continua a modellare il futuro del continente.
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