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Morte del piccolo Domenico Caliendo: tre bozze via chat per nascondere i minuti fatali

feretro del piccolo Domenico

Non una semplice trascrizione medica, ma un testo limato, corretto e riscritto per almeno tre volte prima di arrivare alla versione ufficiale.

Al centro dell’inchiesta sulla tragica morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di tre anni deceduto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, si aggiunge un capitolo inquietante: il sospetto del reato di falso ideologico legato alla manipolazione dei registri ospedalieri.

I pubblici ministeri Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci stanno concentrando le indagini su una manciata di minuti decisivi.

Secondo la ricostruzione della Procura, le chat scambiate tra i medici del reparto e i loro collaboratori – in particolare tra il cardiochirurgo Emma Bergonzoni e una specializzanda – dimostrerebbero un tentativo di allineare artificialmente i tempi dell’intervento. L’obiettivo della riscrittura del documento, secondo i magistrati, era chiaro: far apparire perfettamente contemporanei l’inizio dell’espianto del cuore nativo del bambino e l’arrivo in sala operatoria del box refrigerato contenente l’organo del donatore, proveniente da Bolzano.

La realtà dei fatti, definita dagli inquirenti come una drammatica asincronia, racconta però un’altra storia. Il cuore originario del piccolo Domenico sarebbe stato rimosso prima ancora che l’équipe medica potesse verificare lo stato di quello nuovo. Solo successivamente si scoprì la terribile verità: l’organo arrivato dal Trentino-Alto Adige era stato irrimediabilmente “bruciato” dall’uso errato del ghiaccio secco durante il trasporto, rendendolo inutilizzabile. Una catena di errori che ha lasciato il piccolo paziente senza alcuna possibilità di sopravvivenza.

Questi nuovi dettagli emergono in una fase cruciale del procedimento giudiziario, alla vigilia del pronunciamento del Tribunale del Riesame. I giudici dovranno decidere sull’appello presentato dai due principali indagati, i chirurghi Guido Oppido ed Emma Bergonzoni, attualmente colpiti da una misura interdittiva che li ha sospesi dall’esercizio della professione medica rispettivamente per dodici e sette mesi.

Le conversazioni telefoniche e i file digitali sequestrati rappresentano ora il pilastro dell’accusa per dimostrare come si sia cercato di ricostruire a tavolino una verità di comodo per coprire un errore fatale.

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