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L’ITALIA, LA PORTAEREI AMERICANA NEL MEDITERRANEO – IN ITALIA CI SONO SETTE BASI E 12MILA MILITARI STATUNITENSI.

Il nostro paese, l’Italia, non è solo il paese più bello del mondo, la penisola nella quale arte e storia hanno generato cultura ineguagliata.

Possiede da sempre anche una caratteristica geografica, tra le più peculiari al mondo.

No, non mi sto riferendo alla sua curiosa forma a stivale ma alla sua ubicazione geopolitica.

È infatti posizionata tra Europa, Africa e Medioriente, considerata da sempre luogo strategico sia militare che commerciale.

Lo fu infatti per gli spagnoli, per i francesi, gli austriaci nei secoli scorsi e lo è da circa 80 anni anche per gli Stati Uniti, in seguito alla fine del secondo conflitto mondiale dal quale uscimmo sconfitti.

Allora, in cambio di finanziamenti economici per la ricostruzione post bellica, gli States hanno sempre considerato il nostro paese strategico militarmente durante e dopo la Guerra Fredda, influenzandone politica ed economia. Non solo.

 Washington ha così posto numerose basi nel nostro Paese, ed i governi di Roma si sono sempre dimostrati pronti ad accogliere ogni richiesta, se necessario chiudendo gli occhi su quello che avveniva in caserme e piste.

Nel 1989 a seguito della caduta del muro di Berlino, sembrava ormai terminato quel periodo storico che inevitabilmente aveva finito per limitare moltissimo l’Italia da un punto di vista politico e militare: senza la minaccia comunista sarebbe stato finalmente possibile esprimerci senza pesanti veti provenienti oltreoceano.

Così non fu.

Il politologo americano Francis Fukuyama trent’anni fa teorizzò “la fine della storia”, in seguito alla caduta del muro di Berlino e la conseguente vittoria sul mondo della cultura e politica americana. Secondo Fukuyama gli States avevano finalmente pacificato il mondo sotto un’unica bandiera, il nemico rosso era sconfitto, non c’era più motivo di temere alcunchè in nome del capitalismo e dello yuppismo più sfrenato.

Ma fine della Storia non fu. Anzi.

La storia ha proseguito inesorabile: con la guerra nei balcani degli anni Novanta, l’11 settembre, la guerra in Iraq, Afghanistan, le Primavere Arabe e più di recente la guerra in Ucraina e ora in Iran e in Palestina dimostrano che l’apparato americano militare di conquista non ha mai smesso di perseguire il suo obiettivo principale: non pacificare ma conquistare il resto del mondo. Con armi e dispiegamenti di eserciti accompagnati da grandi multinazionali pronte a speculare ulle migliaia di morti e paesi ridotti allo stremo.

Senza se e ma, piegando di continuo quel poco di sovranità che possedevano anche paesi come il nostro.

E’ accaduto ad esempio- stando ai rapporti del Dipartimento di Stato rivelati da Wikileaks – nel 2003 quando l’assalto dei parà di Vicenza decollati da Aviano per gettarsi in massa sul Nord dell’Iraq e aprire un secondo fronte contro Saddam Hussein non è stato considerato dall’esecutivo di Silvio Berlusconi un’azione di guerra ma solo un’operazione logistica, al pari di un trasferimento aereo.

La 173ma aerobrigata di Vicenza, il reparto più decorato dell’Us Army, resta l’unità di punta a cui il Pentagono dovrebbe rivolgersi per i boots on the ground da mandare in Iran nel caso lo scenario peggiorasse.

Questi skysoldiers sono sempre pronti a partire e hanno combattuto ovunque, dal Vietnam all’Afghanistan: adesso possono decollare direttamente dalla pista della caserma Del Din, ristrutturata e allungata su concessione del governo Prodi nel 2007.

La risorsa della Penisola vitale per l’attuale Guerra del Golfo è però la gigantesca santabarbara di Camp Darby, nelle pinete tra Livorno e Pisa. Si tratta del deposito di munizioni e mezzi più grande esistente fuori dagli States: vent’anni fa si riteneva che contenesse tutto il necessario per condurre un conflitto, dai tank ai cannoni, dalle tute mimetiche alle mitragliatrici.

C’è pure una riserva colossale di bombe e missili per gli aerei dell’Air Force: prima dovevano essere imbarcati nel porto di Livorno, dieci anni fa è stato allargato il canale che arriva dentro l’installazione e permette il trasbordo in autonomia, lontano da occhi indiscreti e dalle proteste dei camalli.

Non si può escludere che i prelievi per alimentare la macchina bellica statunitense siano già iniziati: sono attività che NON richiedono un permesso italiano.

Se si pensa a quanto detto oggi dal Ministro degli Esteri Tajani, ovvero che ” le basi italiane non sono state richieste fino a questo momento” viene quasi da sorridere se il momento non fosse di suo abbastanza critico.

Nella base di Livornoo di Camp Darby gli americani non hanno alcun bisogno di nulla osta.

Più a sud, Sigonella è già impegnata a sostenere lo sforzo bellico. I ricognitori dell’Us Navy vanno a sorvegliare i cieli del Golfo: ieri c’è stata una lunga missione di un MQ4 Triton proprio davanti alle posizioni iraniane che minacciano il Kuwait. I sensori di questo super-drone permettono di scoprire dettagli che sfuggono ai satelliti.

Finora il Pentagono ha evitato di posizionare cisterne nel nostro Paese, preferendo usare lo scalo internazionale di Sofia e quello cretese di Chania, ma il ritmo della battaglia continua a crescere e c’è la necessità di trovare spazio per i tanker dei cieli, mobilitati in massa. In particolare per i KC130J – più piccoli e con propulsori a turboelica – che da due giorni hanno iniziato ad assistere il ponte aereo tra gli States e il Medio Oriente.

Chi partecipa già agli attacchi sull’Iran sono gli F16 di Aviano: una dozzina sono stati trasferiti dieci giorni fa nel Medio Oriente. Appartengono al 31mo Stormo, l’unico in Europa ad avere due squadroni di jet.

Gli analisti non escludono che la Casa Bianca possa domandare anche il sostegno di alcune infrastrutture totalmente italiane. I porti siciliani – in particolare quello della Marina ad Augusta – per assistere le navi cargo con i materiali necessari a soddisfare le esigenze di 50 mila militari e 300 velivoli attivi nella zona del conflitto.

E nel giro di una settimana il Pentagono potrebbe avere l’urgenza di bussare alla porta di Cameri (Novara): lì si trova l’unico polo europeo per la manutenzione dei sofisticati F35, su cui sta ricadendo una fetta consistente degli attacchi.

I tecnici israeliani sono troppo presi dal tenere in funzione i loro “caccia invisibili ai radar“ e gli americani avranno presto il drammatico bisogno di “fare il tagliando” agli F35 che si trovano in una base giordana. A quel punto dovranno scegliere se mandarli indietro negli Usa o ottenere il via libera per andare negli hangar piemontesi: la struttura è gestita in collaborazione con aziende private ma appartiene all’Aeronautica militare sempre da Aviano potrebbero partire i rinforzi per dare il cambio alla prima linea dei bombardieri. Un presidio di jet dell’Us Air Force rimarrà comunque in Italia, perché la base custodisce gli ordigni nucleari tattici B61 per la deterrenza contro la Russia: è la pista più vicina ai confini di Mosca.

Ma quali sono le basi statunitensi nel nostro paese in totale?

L’Italia, con almeno 120 basi, è uno dei Paesi con la concentrazione più densa di strutture militari americane in Europa. Le principali sono quelle di Aviano (Friuli), Sigonella (Sicilia), Caserma Ederle e Base Del Din (Veneto), Camp Darby (Toscana), Naval Support Activity (Campania e Lazio) e Ghedi (Lombardia). Strutture su cui il governo ha aumentato i livelli di attenzione e sicurezza dopo gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani per il rischio di possibili ritorsioni del regime degli Ayatollah.

Le basi sono formalmente sotto la sovranità italiana, ma gli USA hanno il controllo operativo sia sulle attività militari che sugli equipaggiamenti. Dovrebbero essere almeno 12.000 i soldati americani di stanza in Italia, divisi per reparto tra logistica, intelligence, unità operative e comando.basi_usa_italia-200x300 L’ITALIA, LA PORTAEREI AMERICANA NEL MEDITERRANEO  - IN ITALIA CI SONO SETTE BASI E 12MILA MILITARI STATUNITENSI.

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