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Le festività come misuratore familiare
Fungono da catalizzatore per rafforzare i legami o verificare i dissidi irrisolti

L’argomento è un punto fondamentale e piuttosto frequente nelle famiglie di oggi.

Le festività agiscono come un potente misuratore dell’unione familiare, fungendo sia da catalizzatore per rafforzare i legami sia da momento di verifica per le tensioni irrisolte.

Non sono semplici giorni di riposo, ma svolgono funzioni cruciali, trasportano la famiglia in una dimensione diversa dal quotidiano rafforzando il senso di appartenenza,

Inoltre con la creazione di memorie collettive migliorano la qualità della vita familiare a lungo termine, mentre con l’intergenerazionalità facilita lo sviluppo emotivo dei bambini attraverso la connessione con le proprie radici.

Per questi motivi la famiglia, per definizione, diventa il luogo del “noi”, il punto di partenza per la socializzazione, il luogo dove si armonizzano le esigenze individuali con quelle del gruppo, diventando un rifugio sicuro e un’estensione della propria identità nel mondo.

Il “noi” implica protezione, condivisione e, soprattutto, una responsabilità reciproca.

Questa è l’ideale romantico e sociologico della famiglia: una cellula dove l’identità del singolo si fonde in un progetto comune, creando uno scudo contro la comunità esterna.

Tuttavia, quando questo “noi” si sgretola è la prova che la struttura è diventata tossica o puramente formale e il fallimento della famiglia è la logica conseguenza.

64f810c3-ed8d-455f-a0ac-f54f5bde3c01-300x226 Le festività come misuratore familiare

Spesso sono le feste, specie quelle tradizionali, il momento in cui il fallimento della famiglia si manifesta nella sua forma più acuta e dolorosa.

Se durante l’anno il distacco può essere mascherato dalla distanza fisica o dagli impegni, a Natale o durante i pranzi comandati la finzione crolla.

È un paradosso crudele ma è la realtà: le feste agiscono da specchio amplificatore delle dinamiche latenti, esacerbando tensioni, proiezioni e aspettative mancate tra i membri, rivelando così ferite, rivalità e disfunzioni che durante il resto dell’anno sono mascherate, rendendo doloroso il confronto con una realtà familiare percepita come fallimentare rispetto agli ideali.

Tutto ha inizio quando un suo membro definisce gli altri “questi “, e quello che sembra un semplice termine gergale o un’uscita ironica è, in realtà, il sintomo di una frattura identitaria all’interno del nucleo familiare.

Ma se chiamare “questo” un estraneo significa ridurlo a un oggetto, a un fastidio logistico, in cui viene meno il riconoscimento dell’altro come persona con una storia, dei sentimenti e un ruolo all’interno della comunità.

Usare “questi” per riferirsi a parenti è una mossa comunicativa precisa che serve a creare distanza. Indicando che, pur essendoci un legame di famiglia, il parente viene considerato quasi un’entità esterna capitata lì per sbaglio.

“Le parole sono finestre oppure muri”, diceva Marshall Rosenberg.

Usare “questi” è come costruire un muro di cemento armato travestito da pronome. È la dichiarazione ufficiale che l’empatia è finita.

Nel momento in cui un componente della famiglia definisce gli altri come “questi”, il “noi” si spezza in due fazioni contrapposte. “Questi” diventano estranei che condividono semmai lo stesso tetto, ma non lo stesso destino.

Spesso con “questi” si vuole disprezzare. È il termine usato da chi si sente “diverso o superiore” per distanziarsi da chi viene percepito come un peso, un imbarazzo o una presenza non gradita.

Con questa modalità comunicativa, la famiglia smette di essere un porto sicuro e diventa un campo di battaglia passivo-aggressivo, in cui non ci si scontra apertamente, ma ci si ignora o ci si tollera con fastidio. Si partecipa ai riti (pranzi, feste) solo per dovere, ma il legame emotivo è già morto.

Nel contempo è un pessimo esempio per i figli e i membri più giovani che percepiscono questa barriera linguistica e imparano che i legami non sono indissolubili, ma fragili e condizionati dal giudizio.

Ne scaturisce una amara riflessione: è la presa d’atto che la famiglia ha smesso di essere una comunità ed è diventata una vicinanza forzata.

Per il bene della famiglia, solo alcuni e fortunatamente non tutti, preferiscono purtroppo questa distanza terminologica piuttosto che vivere nel luogo del “noi”.

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