La musica napoletana nel Settecento e ottocento
Questa settimana La Musicaccia ci porta nei meandri della musica napoletana nel periodo del ‘700 e ‘800 facendoci rivivere i momenti salienti della nascita e dell'evoluzione culturale sociale e musicale di quel periodo.
Settecento e ottocento: due secoli che hanno definito l’universalismo
dell’identità musicale di Napoli.
Nel ‘700 nasce l’opera buffa, canti e ballate popolari trionfano, come la tarantella che grazie alla sua vivacità ritmica offusca tutti gli altri generi. Canti come Lo guarracino (1768 anonimo), La palummella (1700 anonimo), Cicerenella (1770 anonimo) e tanti altri come questi sono stati colonne sonore di un periodo dove il popolo partenopeo nei momenti di festa si riuniva e gioiva a ritmo di queste musiche. Intanto l’arte teatrale nel ‘700 viene caratterizzata dall’incontro musicale col genere teatrale, creando un connubio molto apprezzato dal pubblico pagante, e grazie a questo si ha un approfondimento delle teorie tonali, un rafforzamento dei sistemi di accompagnamento armonici delle melodie, spesso intonate dai cantanti che dovevano mettere bene in evidenza i testi per narrare e commuovere, intrattenere il pubblico, accattivandolo con mezzi semplici ed efficaci.
Napoli si affermò in Europa come capitale dell’opera e vi sorsero centri musicali noti per l’istruzione di sopranisti. Essi erano soprattutto giovani, spesso provenienti da famiglie bisognose, che venivano sottoposti a castrazione pur di preservare inalterata nel tempo la caratteristica “voce bianca” tipica dei bambini. Tra i più noti frequentatori di queste accademie vi è Carlo Broschi, conosciuto anche con il nome di Farinelli.
Nel 1734 dopo oltre due secoli di viceré spagnoli subentra a Napoli la dinastia dei Borbone e sul finire del secolo 1799 la breve parentesi della Repubblica Partenopea termina con la morte di molti giacobini e l’impiccagione di Eleonora de Fonseca Pimetel. Anche questo evento storico ci viene ben descritto e tramandato da un bellissimo canto popolare “Il canto dei Sanfedisti”, a dimostrazione di quante notizie storiche siamo riusciti ad ottenere grazie alla musica popolare.
L’Ottocento fu il secolo del melodramma, con Rossini, Bellini, Donizetti ma soprattutto Verdi, intraprese una via più autonoma che lo portò a raggiungere le più alte vette del melodramma italiano. Il melodramma è una delle forme di spettacolo musicale più complesse, la sua realizzazione è costituita di vari elementi come: la poesia (trama letteraria, con dialoghi e i monologhi, è elaborata dal librettista, che può trarre l’argomento da un romanzo o tragedia o dramma o commedia); la scenografia (figuranti, costumisti, scenografi, tecnici delle arti figurative, audiovisive ed architettoniche); la recitazione dei cantanti; la musica (orchestrali, cantanti, cori); la danza.
Per questi motivi il melodramma era considerato il genere preferito dai compositori italiani, anche perché potevano lasciarsi guidare non solo da una trama letteraria (una storia o una situazione di vita), ma anche da una sorta di avventura interiore, una trama di sentimenti liberamente concatenati. Degno di nota è il fatto che a fine Ottocento comparvero anche le “romanze da salotto” per pianoforte e voce, scritte da celebri compositori, ed esse contribuirono a diffondere nei salotti borghesi il gusto aristocratico del concerto in casa.
Ma oltre al melodramma ed ai concerti da salotto l’800 è considerato il periodo dell’affermazione della canzone dialettale. Essa aveva origini antichissime nelle diverse città e regioni, ma tra tutte quella napoletana era la più prestigiosa, con un suo festival già dal 1839 a Piedigrotta (in occasione dell’inaugurazione della prima ferrovia in Italia, la Napoli-Portici). Nata nel Settecento in forma di serenata o di ‘villanella’ (canzone agreste), assorbì la tradizione della tarantella, danza di origine pugliese dal ritmo vorticoso (da ‘tarantolati’, appunto) accompagnata da castagnette e tamburelli, e vide il passaggio dalla canzone popolare alla canzone d’amore con Te voglio bene assaje (nel 1839 la prima d’autore noto, Raffaele Sacco), il cui testo fu stampato in ben 180.000 copie. Seguirono Santa Lucia (1848) e tante altre, soprattutto dagli anni ’80 alla Prima guerra mondiale, come ‘A Cammesella (1875), Oilì Oilà, ‘A vucchella con testo di Gabriele D’Annunzio, Funiculì funiculà (1880), Era de maggio, Marechiare (1885), ‘O sole mio (1898), I’ te vurria vasà.
A metà ‘800 nasce la canzone la canzone politico-sociale in un italiano aulico e letterario, come canzone patriottica durante le guerre del Risorgimento; tali sono L’inno degli italiani (1847), musicato da Michele Novaro e composto da Goffredo Mameli, e la famosa Addio mia bella addio (1848); e nel 1859 l’Inno a Garibaldi di Luigi Mercatini.
A fine ‘800 abbiamo i canti rivoluzionari di tradizione socialista o anarchica, che alternavano i toni dolenti per l’oppressione e sfruttamento della classe operaia, come l’Inno dei lavoratori, composto nel 1886 dal giovane Filippo Turati, futuro leader socialista; L’Internazionale e Bandiera rossa, composte a inizio Novecento in versione socialista, ed entrambe reinterpretate dagli anni ’20, anche in versione comunista; Addio Lugano bella, composta in carcere dall’anarchico Pietro Gori a fine Ottocento.
Nelle foto libretti originali d’epoca (collezione propria)
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