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La crisi di Stellantis è esplosa in tutta la sua realtà, le cause e le scelte adottate per fronteggiarla
La crisi di Stellantis, il crollo del titolo in borsa, il fallito passaggio all'elettrico con i costi già sostenuti ed i miliardi bruciati

Il crollo del titolo in Borsa

La scorsa settimana abbiamo assistito nella seduta di venerdì 6 alla Borsa di Milano all’agonia del titolo Stellantis.

Stellantis la società che molti italiani si ostinano ancora a chiamare Fiat, quella che per decenni è stata orgoglio dell’industria italiana, e che ora di italiano ha ben poco, ha messo a nudo lo stato di salute compromessa non solo suo ma di tutto il settore auto.

Quando esisteva la Fiat

Una lunga storia d’amore ha legato per decenni gli italiani all’auto. Questo per due ragioni la prima che gli italiani sono sempre stati appassionati ed interessati all’oggetto automobile. La seconda, avendo per decine di anni come industria trainante dell’economia del Belpaese una delle più importanti fabbriche di automobili europee e mondiali, nella Fiat vedevano non solo un’ auto ma l’espressione dell’italianità. La fabbrica torinese era l’emblema dell’economia dello sviluppo e della ripresa post bellica italiana.

Ma come in tutte le storie d’amore ci sono dei momenti di crisi. Una delle prime crisi la Fiat l’ha cominciata ad avere quando gli automobilisti italiani iniziarono a tradire la casa torinese acquistando vetture straniere. Le francesi e le tedesche sono sempre state le preferite. Ma nel tempo ed in un mercato prospero si è creato un certo equilibrio ed essendoci richiesta c’è stato spazio per tutti.

Il declino del marchio Fiat finita la gestione Agnelli

Ma quello che più ha colpito la società torinese è stata la fine dell’era Agnelli. Da quando negli anni novanta l’avvocato Agnelli abbandonò la direzione aziendale per raggiunti limiti d’età nessun successore alla guida del gruppo è stato in grado di portare avanti quella continuità che era la forza della Fiat. I nipoti eredi, con scarse attitudini alla dirigenza di azienda, sono stati ben presto messi in disparte da un susseguirsi di amministratori delegati che hanno fatto scelte poco rivolte alla conservazione del gruppo automobilistico.

In particolare modo con la gestione Marchionne, dai primi anni dopo il 2000, la Fiat ha iniziato a vendere rami d’azienda, cercare partner con cui fare gruppo, decentrare la produzione all’estero nell’intento di ridurre i costi ed incrementare i profitti.

Come nasce Stellantis

Alla lunga, la conseguenza di queste scelte ha portato ad una graduale frammentazione e spersonalizzazione dell’azienda simbolo dell’auto italiana. Prima gli accordi con Chrysler poi la fusione con il marchio francese PSA e fino ad oggi. Ora infatti Fiat è un semplice marchio i cui pochi modelli prodotti fanno parte della costellazione Stellantis.

L’attuale Stellantis, società di diritto olandese con sede ad Amsterdam, nasce dalla fusione dei marchi italiani, francesi, ed alcuni americani. La produzione si effettua in stabilimenti sparsi in varie parti del mondo, e solo briciole si producono ancora in Italia.

In Europa si sono già affermati i grandi marchi asiatici

Ma il mondo dell’auto sta rapidamente cambiando, prima è arrivata la concorrenza quella forte dai mercati asiatici. Gruppi giapponesi, coreani ed alla fine cinesi hanno aumentato in occidente le loro esportazioni di vetture di ottimo livello e proposte a prezzi più accessibili.

Ostacoli e nuove sfide

Purtroppo il colosso Stellantis si trova a dovere affrontare un grosso ostacolo ed una grande sfida. Questo accade quando oramai la concorrenza proveniente da Est è già saldamente presente nei mercati europei.

Il primo è quello della pandemia Covid 19 che colpisce proprio nel momento dell’esordio del nuovo colosso dell’automotive. Aziende chiuse o operanti a scartamento ridotto, ordini annullati o rinviati, produzione rallentata o sospesa, vetture in deposito per mesi sui piazzali in attesa che si ritornasse alla normalità. I mesi della pandemia hanno colpito tutti i settori dell’economia mondiale ma il settore auto ne ha risentito moltissimo.

Le conseguenze del post pandemia hanno portato crisi a quasi tutti i marchi. Le società di produzione hanno dovuto affrontare vari problemi: smaltire i prodotti invenduti, affrontare una contrazione degli ordini, ritardare la produzione anche a causa di difficoltà nel reperire componenti elettronici.

Ma la grande sfida da adottare è la transizione all’elettrico che già di per se non è facile da affrontare a causa dei costi elevati e di una certa ritrosia da parte degli utenti finali sul tale prodotto.

Eppure ci sono degli obiettivi temporali da rispettare, stabiliti a livello comunitario e saranno proprio questi tempi troppo stretti, di cui per la verità parecchie aziende si erano già lamentate, a mettere in crisi Stellantis.

Il discorso del Ceo Antonio Filosa

L’attuale amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa nel suo discorso ha messo in risalto proprio queste problematiche. Inoltre ha con chiarezza comunicato che i costi già affrontati a fronte di risultati che non si sono visti e non si vedranno, raggiungono la mostruosa cifra di 22 miliardi di euro. Certo l’attuale amministratore delegato si trova ad affrontare una situazione finanziaria così difficile a causa di scelte azzardate dovute ai suoi predecessori, consideriamo che Filosa è in carica dallo scorso anno. Chi lo ha preceduto, nonostante le crisi del settore già in atto, aveva puntato tutto sulla transizione elettrica affermando che dal 2030 la produzione sarebbe stata tutta convertita. Ma alle oggettive difficoltà Stellantis si è dovuta arrendere nonostante gli investimenti già effettuati.

Fallisce prima di nascere la gigafactory di Termoli

Due giorni fa è arrivato poi un altro annuncio ufficiale da parte della ACC (Automotive Cells Company) una società partecipata da Stellantis il cui obiettivo è quello di sviluppare la produzione di batterie per auto elettriche.

Ebbene era prevista l’avvio a Termoli in una gigafactory che occupa ottocento operai la produzione di batterie ed altri elementi per i veicoli elettrici. Il progetto già travagliato dalla nascita prevedeva che la società ACC, consorziata oltre che con Stellantis anche con Mercedes e Total Energy trasformasse questo polo nel mega centro produttivo dedicato ai veicoli elettrici. L’abbandono del progetto da parte del consorzio dovuto al passo indietro di Stellantis, ha diffuso anche il panico tra i sindacati preoccupati per le conseguenze sull’occupazione.

Due Agenzie di Rating rivedono al ribasso i giudici su Stellantis

A gettare sale sulle ferite ci hanno pensato anche le due agenzie di rating Standard & Poor’s e Moody’s che dopo il crollo del titolo in borsa hanno abbassato il rating della società Stellantis.

S&P ha abbassato il giudizio da BBB a BBB- lasciando l’outlook negativo, Moody’s ha abbassato il rating a lungo termine da Baa2 a Baa3 lasciando l’outlook stabile. Insomma le due agenzie evidenziano perplessità sul futuro se i conti non migliorano, con redditività inferiore alle aspettative a causa di questi costi così elevati.

Inutile ribadire che una volta abbassati i rating, Stellantis diventa anche meno attrattiva verso gli investitori, e la si guarda con maggiore diffidenza in caso di richieste di finanziamenti, come sembra voglia attuare attraverso l’emissione di obbligazioni ibride.

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