Il “caso” Adriano Cappellari, il cronista che si è inventato le minacce della camorra
Si ribalta clamorosamente il caso di Adriano Cappellari, il cronista ventenne di Enego (Vicenza) che si accreditava come obiettivo della criminalità organizzata. Da vittima di gravi intimidazioni della camorra a principale indagato per aver orchestrato l’intera vicenda: ieri la Procura ha revocato la scorta al giovane giornalista, al quale vengono ora contestati reati pesantissimi, tra cui incendio, calunnia, simulazione di reato continuata, procurato allarme e truffa ai danni di un ente pubblico. Accompagnato in caserma per l’interrogatorio, il ventenne si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti coordinati dal sostituto procuratore Alessia Grenna, l’episodio cruciale risale allo scorso 30 maggio. Quella notte, un ordigno artigianale era esploso davanti al cancello dei vicini di casa del cronista, mentre nel giardino dello stesso Cappellari era stata ritrovata una lettera di minacce.Le indagini dei Carabinieri hanno però svelato una realtà opposta: sarebbe stato proprio il giornalista a confezionare e piazzare la bomba per simulare l’attacco e ottenere visibilità mediatica.
Il giovane cronista mirava a farsi inserire a tutti i costi nel mirino dei clan.
Per farlo, ha orchestrato la spedizione di lettere minatorie dal contenuto inquietante, indirizzate non solo a se stesso, ma anche alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al simbolo della lotta alla criminalità don Maurizio Patriciello.
Nelle buste venivano sistematicamente inseriti proiettili calibro 22 o messaggi intimidatori legati alla sua attività professionale. Tra questi, la copia di un suo articolo dai toni ordinari, pubblicato sulla testata locale L’Altopiano, dal titolo emblematico: «A testa alta con don Maurizio, la camorra non piega il suo coraggio». Un pezzo del tutto innocuo che, secondo i piani del ragazzo, doveva servire come movente perfetto per giustificare la presunta vendetta dei clan nei suoi confronti e creare ad hoc la sua finta identità di giornalista d’inchiesta minacciato.
Le bugie del cronista sono emerse con gli accertamenti tecnici del Ris: le telecamere della sua abitazione hanno inquadrato un soggetto di altezza compatibile (1,69-1,75 m) nell’atto di piazzare il pacco bomba, mentre le indagini bancarie hanno confermato l’acquisto online delle cartucce di gas e dell’alcol usati per l’ordigno. I tempi del raid, con un buco di 24 minuti tra il rientro in casa e la riapparizione per filmare l’incendio, insieme all’analisi delle tracce, hanno smontato la versione del giornalista. Questi elementi hanno portato a rileggere le precedenti denunce di minacce, ora al centro di un’indagine per truffa e calunnia.
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