Caricamento in corso

Il ‘600 napoletano e la sua musica
La Musicaccia ci offre, in questa domenica, un excursus nella musica e nella letteratura del Seicento napoletano: un mondo fitto di storie, suoni e parole che spesso non compaiono nei programmi scolastici e restano, per molti, un territorio inesplorato. Un invito, dunque, a riscoprire se stessi in quella cultura antica che ci ha formati.

'600 napoletano

Il ‘600 napoletano è un periodo ricco di avvenimenti storici, culturali e sociali; vedremo come questi fattori hanno influito positivamente nell’ambito musicale e poetico letterale. 

In questo periodo nel sud Italia abbiamo tre grandi poeti e scrittori che hanno posto le fondamenta per le opere più importanti dell’epoca: Giambattista Basile (1575-1632), Giulio Cesare Cortese (1575-1621), Filippo Sgruttendio da Scafati (?).

Nelle opere di questi grandi poeti del ‘600 si sente lo slancio puro  del popolo che partecipa con questa sua lingua corposa a tutta la cultura del tempo, descrivendone la vita, i costumi e offrendoci, così, una viva testimonianza di essa. Nonostante la rivoluzione di Masaniello nel 1647, ed altre tragedie come la peste del 1656 e il terremoto del 1688, il popolo  continuava a cantare per scacciare la malinconia. Le opere del Cortese, le dialogate Egloghe del Basile e la ‘Ntrezzata dello Sgruttendio prepararono la nascita della commedia dialettale e dell’opera buffa (1700).cunto-2-1-123x200 Il '600 napoletano e la sua musica

Il madrigale poteva essere cantato per voci non accompagnate o doppiate da strumenti melodici, ciascuna parte aveva lo stesso valore; quindi, possiamo dire che i poemi madrigaleschi (ad esclusione di quelli per cerimonie) erano composti per il piacere dei cantanti che, con il loro canto, contribuivano ad intensificare le parole del poeta. I testi dei madrigali trattavano argomenti amorosi, pieni di decoro e molto sentimentali, c’è da evidenziare che il madrigale del 600 era diverso da quello del 500. Per quanto riguarda il melodramma possiamo dire che è un genere musicale nel quale si fondono vari elementi: musica, recitazione, teatro e abiti. La sua nascita risale al 6 ottobre 1600. Senza ombra di dubbio possiamo dire che nel melodramma sono presenti molti elementi della tragedia greca, da cui appunto discende, in cui si univano musica e recitazione. Ma il 600 ci regala anche la famosa scuola napoletana, di cui il fondatore viene considerato Francesco Provenzale (Napoli 1627- 1704), ma l’esponente di maggior importanza è Alessandro Scarlatti (Palermo 1660- Napoli 1725) padre del famoso clavicembalista Domenico, e autore di oltre 60 opere. Con la scuola napoletana entrano nell’opera grandi echi del canto popolare e con essi si sviluppa ulteriormente l’aria, che assume sempre maggiore importanza. In questo periodo ricordiamo due grandi canzoni di musica popolare che ancora tutt’oggi sono eseguite: Michelemmà attribuita a Salvator Rosa, scritta dopo la rivoluzione di Masaniello, e Fenesta vascia, composta in Sicilia da autore e compositore ignoto.

Tra le opere di Giambattista Basile ricordiamo:

Il pianto della Vergine, un poemetto pubblicato a Napoli nel 1608;

Madriali et ode, un poemetto celebrativo edito nel 1609;

Le avventurose disavventure (Napoli, 1611), una favola di argomentazione marittima composta sulla falsariga dei poemi pastorali del Tasso;

Egloghe amorose e lugubri, pubblicate nel 1612;

Venere addolorata, dramma musicale in cinque atti;

ma la notorietà di Giambattista Basile è principalmente legata alla raccolta di fiabe dal titolo Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ piccerille, considerato uno dei più grandi capolavori.

“Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ piccerille”, venne pubblicata postuma grazie all’interesse della sorella Adriana, che in tal modo ci ha permesso di conoscere un caposaldo della letteratura barocca.

Lo cunto de li cunti è una raccolta di 50 fiabe popolari suddivise in cinque giornate (da cui anche il nome di Pentamerone), la prima del genere pubblicata in Europa.

Fra le opere di Giulio Cesare Cortese sono da ricordare:

La Vaiasseide (1615) o poema delle serve, in 5 canti in ottava rima, nei quali, tra l’altro, si descrivono scene d’amore, di gelosia, feste, matrimonî del popolino napoletano; il Micco (Domenico) Passaro, poemetto in dieci canti in ottava rima (1621) che ci narra le imprese di un guappo napoletano. Meno felici, a causa dell’intonazione seria, il romanzo in prosa in otto libri (1621) Li travagliuse amure de Ciullo e Perna (Giulio e Perla), imitato, allo stesso modo dei Trabojos de Pérsiles y Sigismunda del Cervantes, da Eliodoro; e La Rosa, “chélleta posellechesca” (favola pastorale) in cinque atti (1611).  Ma felicissimo e superiore non solo al frigido Viaggio in Parnaso di Cesare Caporali (1582), ma perfino al Viaje del Parnaso del Cervantes (1614), è il Viaggio di Parnaso (1621): sette canti in ottava rima, serie di episodi un po’ scuciti, che fanno pensare talora a qualche opera del periodo romantico (p. es. al Deutschland del Heine). Ultima opera del Cortese, pubblicata nel 1628, è Lo Cerriglio incantato: poema fiabesco in sette canti in ottava rima, nel quale, l’autore assegnò, molto graziosamente, origini favolose a taluni monumenti cittadini.

Sull’identità di Filippo Sgruttendio da Scafati si sono susseguite ipotesi ed espresse posizioni divergenti: la sola cosa certa è la pubblicazione a suo nome, nel 1646, del canzoniere De la tiorba a taccone per l’editore napoletano Camillo Cavallo.cunto-3-1-109x200 Il '600 napoletano e la sua musica

La raccolta – 189 testi fra sonetti, canzoni e ballate in dialetto napoletano – rivelava già dal titolo gli intenti parodici che ne avevano occasionato la composizione, alludendo allo strumento musicale pizzicato da un plettro di cuoio, sorta di versione popolaresca della precedente lira mariniana. Suddiviso in dieci sezioni denominate “corde” (come quelle dello strumento), la Tiorba operava un ribaltamento in chiave comico-giocosa degli aulici canzonieri dei petrarchisti, cantando una popolana, Cecca, che aveva la faccia “tonna comme a no pallone”, gli occhi di arpia e la gotta. Dal canto suo il poeta dichiarava di essersene innamorato dopo aver rimediato una “zoccolata”, e non perché ferito da un dardo che gli trapassava gli occhi e raggiungeva il cuore, come voleva la consueta fenomenologia amorosa.

Per quanto riguarda Filippo Sgruttendio da Scafati la sua identità ha sempre creato curiosità, data la discreta fama raggiunta dal suo canzoniere “La tiorba a taccone” che uscì in tre successive edizioni napoletane nel 1678 (per i tipi di Francesco Mollo), nel 1703 (per i tipi di Giacinto Musitano) e nel 1783 (per i tipi di Giuseppe Maria Porcelli).

Uno dei primi tentativi di identificazione risale a Gaetano Altobelli, che in una nota alla seconda edizione dell’opera di Ferdinando Galiani, del dialetto napoletano (Napoli 1789), affermò che sotto lo pseudonimo di Sgruttendio si celava in realtà il letterato Francesco Balzano.

Altra composizione è La musa:

La donna amata, in contrapposizione all’angelicata Laura del Petrarca, è una popolana volgare e passionale.

Con queste brevi notizie si chiude questo spaccato collocato nel tempo dell’evoluzione letteraria dei nostri territori, il cui scopo è testimoniare la vera storia e le autentiche origini di un popolo e di quei letterati che ancora oggi meriterebbero di essere letti e studiati, affinché non si perda la memoria di un grande e glorioso periodo di arte e cultura.

(Lello Traisci)

𝐿𝑎 𝑅𝑒𝑑𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 ℎ𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑣𝑜𝑖 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒 “𝐿𝑜 𝑐𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒 𝑙𝑖 𝑐𝑢𝑛𝑡𝑖” 𝑐𝑢𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙 𝑐𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑜 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑒 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑜 𝑀𝑖𝑐ℎ𝑒𝑙𝑒 𝑅𝑎𝑘. 𝑃𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑜𝑟𝑒 𝑂𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑆𝑖𝑒𝑛𝑎, ℎ𝑎 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑡𝑜 𝑆𝑜𝑐𝑖𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑙’𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑁𝑎𝑝𝑜𝑙𝑖 (1965-1985), 𝐿𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑙’𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑃𝑎𝑙𝑒𝑟𝑚𝑜 (1985-1989). 𝐻𝑎 𝑖𝑛𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑡𝑡𝑒𝑑𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑎𝑙 1989 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑙’𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡à 𝑑𝑖 𝑆𝑖𝑒𝑛𝑎 𝑒 𝑑𝑖 𝑆𝑜𝑐𝑖𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 (𝐹𝑎𝑐𝑜𝑙𝑡à 𝑑𝑖 𝐿𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝐴𝑟𝑒𝑧𝑧𝑜). 𝑃𝑜𝑡𝑒𝑡𝑒 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑖𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑡𝑎𝑐𝑒𝑎 𝑠𝑢 𝐴𝑚𝑎𝑧𝑜𝑛 𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑙𝑖𝑛𝑘: Lo cunto de li cunti
𝐸𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎𝑣𝑖𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑡𝑢𝑖𝑡𝑎 𝑠𝑢𝑙 𝐾𝑖𝑛𝑑𝑙𝑒 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑖𝑛𝑘: Lo cunto de li cunti

 

Stampa o condividi questo contenuto sui social anche tramite il bottone copia link (giallo):

1 commento

comments user
Renato Marchese

Ho letto con molto interesse l’articolo di Lello Traisci sul Seicento napoletano. È uno spaccato denso e affascinante che riesce a legare con equilibrio i grandi avvenimenti storici e le tragiche epidemie del tempo alla straordinaria resilienza della cultura popolare.
Mi ha colpito molto il modo in cui l’autore intreccia le figure fondamentali della letteratura dialettale, come Basile, Cortese e l’enigmatico Sgruttendio, con l’evoluzione musicale dell’epoca, descrivendo perfettamente come la voce del popolo abbia dato vita sia alla commedia che all’opera lirica. È un articolo che, oltre a informare, trasmette vividamente l’idea di un’arte nata per “scacciare la malinconia”. Complimenti a Lello per aver riportato alla luce con tanta passione le radici di un periodo così glorioso.

Commento all'articolo