Identità cristiana e fede: Cristo sotto accusa?
Ancora una volta la figura di Gesù Cristo diventa voce per interrogare il presente e misurare la distanza tra il Vangelo e le scelte delle società contemporanee. Il richiamo all’identità cristiana entra nel dibattito pubblico mentre crescono proposte politiche in contrasto con Vangelo e magistero.
Nell’attuale panorama pubblico, il richiamo all’“identità cristiana” è diventato un argomento ricorrente nel dibattito politico e culturale. Movimenti e leader che si presentano come difensori della “famiglia tradizionale” o delle “radici cristiane dell’Europa” rivendicano spesso una continuità diretta con il messaggio evangelico. Tuttavia, accanto a queste dichiarazioni, si affermano posizioni che prevedono la remigrazione dei migranti poveri, la marginalizzazione dei senza reddito, la stigmatizzazione dei detenuti e la distinzione tra vite “meritevoli” e vite “di scarto”.
Questa tensione solleva una domanda cruciale: è possibile invocare Cristo come fondamento identitario mentre si promuovono politiche che contraddicono esplicitamente il suo insegnamento?
Ancora una volta la figura di Gesù Cristo diventa voce per interrogare il presente e misurare la distanza tra il Vangelo e le scelte delle società contemporanee.
I testi biblici parlano chiaro. Nella prima lettera di Giovanni si legge: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede». Nel Vangelo di Marco il comandamento fondamentale è limpido: «Amerai il prossimo tuo come te stesso», e in quello di Giovanni l’invito si fa totale: «Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Anche i Salmi descrivono una figura messianica che «salva i figli del povero e schiaccia il frodatore», provando commiserazione per i miseri e riscattandoli dalla violenza. Fino ad arrivare al celebre passo di Matteo 25, dove il re accoglie i giusti nel suo regno perché affamati, assetati, stranieri, malati o carcerati: «Ero straniero e mi avete accolto… ero in carcere e siete venuti a trovarmi».
Secondo gli studi biblici più accreditati l’azione di Gesù nei Vangeli è costantemente orientata verso le categorie marginali
Su questa stessa linea si sviluppa l’intero magistero della Chiesa che insiste su un punto: la fede non può essere usata come strumento di esclusione.
In Evangelii Gaudium (2013), papa Francesco denuncia la “globalizzazione dell’indifferenza” e afferma che “non ci può essere autentica difesa della vita senza difesa dei poveri”.
Benedetto XVI, in Deus Caritas Est (2005), ricorda che la carità non è un’opzione accessoria, ma parte integrante dell’identità cristiana.
Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus (1991), definisce “ingiustizia strutturale” ogni sistema che produce scarti umani.
Alla luce di questo corpus dottrinale, appare difficile sostenere che la remigrazione dei poveri o la marginalizzazione dei detenuti possano essere compatibili con la tradizione cristiana.
Il paradosso del cosiddetto “cristianesimo identitario” consiste nell’uso del cristianesimo come marcatore culturale, non come pratica evangelica. In questa prospettiva, Cristo diventa un simbolo di appartenenza, non un modello di vita.
La contraddizione è evidente: si difende la “famiglia tradizionale”, ma si ignorano le famiglie povere; si invoca la “civiltà cristiana”, ma si rifiuta lo straniero; si parla di “ordine morale”, ma si abbandonano i detenuti, che nel Vangelo sono destinatari privilegiati della visita del credente.
La Prima Lettera di Pietro (1Pt 2,21) invita i cristiani a “seguire le orme” di Cristo: un’espressione che, nella sua formulazione greca, esprime un’imitazione fattuale, non adesione ideologica.
Sia per i testi sacri sia per la tradizione della chiesa “seguire le orme” di Cristo (1Pt 2,21) indica imitazione concreta, non adesione teorica; la sequela Christi non è solo spirituale, soprattutto non è un’etichetta identitaria, ma è un impegno operativo, non separato dalla cura concreta per chi vive nel bisogno.
La fede in Cristo è chiamata a liberare, non a servire interessi che nulla hanno a che fare con il Vangelo. Non facciamo della fede uno strumento di propaganda!
(Michele Marra)
Commento all'articolo