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Hantavirus e il giallo della MV Hondius: tra simulazioni OMS e il vaccino militare al 98% di effetti avversi

MV Hondius

Mentre l’Italia attiva i protocolli di “sorveglianza attiva” su quattro passeggeri rientrati da un volo KLM, il caso della nave MV Hondius si ammanta di un mistero che va oltre l’epidemiologia.

In un’epoca in cui ogni sospiro viene postato in tempo reale, il focolaio di Hantavirus che ha colpito la spedizione antartica presenta anomalie comunicative che alimentano non pochi dubbi e sospetti.

La prima grande anomalia riguarda, senza dubbio, la quantità di informazioni prodotte dal basso: a bordo della MV Hondius viaggiavano infatti 147 persone di 23 diverse nazionalità, eppure il racconto visivo della tragedia è rimasto per giorni isolato a un unico volto, quello di Jake Rosmarin.

Il travel influencer di Boston ha diffuso un video in cui, visibilmente scosso e provato, descriveva un clima di terrore nel suo cabinato, le immagini da lui girate sono diventate subito virali, rimbalzando sulla CBS e sulle principali testate mondiali.

Ma qui sorge il primo interrogativo: perché quel video non è mai apparso sul profilo TikTok ufficiale di Rosmarin, solitamente attivissimo? E perché nessun altro dei 140 passeggeri ha pubblicato video di protesta o appelli disperati, come accadde invece nel 2020 per la Diamond Princess?

A complicare il quadro è intervenuta la testimonianza di un altro content creator presente a bordo, Kasem Hato (noto come Ibn Hatuta).

Quest’ultimo in netto contrasto con Rosmarin, Hato ha descritto una situazione di calma irreale ai microfoni della BBC.

Secondo Hato, il video del collega sarebbe “non rappresentativo” di un clima generale che vedeva i passeggeri impegnati a leggere, guardare film e bere bevande calde in attesa della fine della quarantena. Una discrepanza quindi totale tra le due versioni che trasforma il racconto di una tragedia sanitaria in una guerra di narrazioni: da una parte il panico da “Plandemia”, dall’altra una normalità quasi sospetta.

Come se non bastasse, a corredo di questo corto circuito informativo, si sono aggiunte decisioni cliniche a bordo un pò sospette: la prima vittima, un cittadino olandese, è rimasta sulla nave per ben 13 giorni prima di essere sbarcata a Sant’Elena, sebbene la spiegazione ufficiale parli di un errore diagnostico (morte scambiata per cause naturali), gli esperti si chiedono come sia stato possibile che un team medico specializzato non abbia attivato i protocolli di allerta di fronte a una febbre alta seguita da arresto respiratorio in una zona così remota.

La spiegazione ufficiale parla di “morte naturale”, un errore diagnostico che ha permesso al virus di viaggiare indisturbato, difatti in quelle due settimane, mentre la nave faceva scalo a Tristan da Cunha e Sant’Elena, decine di passeggeri sono scesi a terra, mescolandosi con le popolazioni locali senza alcuna precauzione.

Il velo però pare essersi squarciato solo il 26 aprile, quando la moglie del defunto è crollata in aeroporto a Johannesburg: lì, le autorità sudafricane hanno identificato il ceppo Andes, l’unico Hantavirus capace di trasmettersi da uomo a uomo.

A rendere il quadro ancora più inquietante sono le coincidenze temporali con le alte sfere della sanità mondiale come ad esempio l’esercitazione Polaris II tenutasi proprio il 22 e 23 aprile 2026, mentre la MV Hondius navigava con il primo deceduto a bordo, l’OMS teneva a Ginevra una simulazione di alto livello.

Lo scenario simulato? Lo scenario simulato era la diffusione globale di un nuovo batterio fittizio, altamente letale, con una modalità di trasmissione aerea all’interno di spazi ristretti. Secondo il comunicato stampa dell’OMS diffuso il 27 aprile 2026, Polaris II era stata progettata per testare la capacità di coordinamento tra paesi, l’attivazione delle strutture di emergenza e le procedure di contact tracing transfrontaliero. In particolare, uno degli scenari operativi coinvolgeva una nave da crociera con un’epidemia a bordo, che attraccava in porti diversi con passeggeri infetti.

Una sovrapposizione tra realtà e simulazione che lascia spazio a molti interrogativi.

È necessario specificare che, a questa simulazione hanno partecipato 26 paesi e territori, oltre 600 esperti di emergenze sanitarie e più di 25 partner internazionali, tra cui l’Unione Europea, i Centers for Disease Control (CDC) statunitensi e varie agenzie delle Nazioni Unite.

La tempistica è oggettivamente notevole: l’esercitazione si è conclusa il 23 aprile; il 24 aprile la nave attraccava a Sant’Elena e la moglie del primo deceduto scendeva a terra; il 26 aprile la donna collassava a Johannesburg; il 2 maggio l’OMS dichiarava ufficialmente l’epidemia di hantavirus.

Senza voler mettere in discussione la buona fede dell’OMS nel condurre esercitazioni di preparazione, è legittimo però chiedersi: perché uno scenario praticamente identico alla realtà ( nave da crociera, patogeno sconosciuto, contagio in ambienti confinati, diffusione internazionale)  è stato simulato appena due settimane prima che si verificasse un evento reale con tali caratteristiche?

A questo scenario già di per sè strano si aggiunge un altro tassello: nell’aprile 2025, esattamente un anno prima del focolaio, è stato pubblicato un brevetto negli USA per un vaccino a mRNA specifico contro il ceppo Andes. Qualcuno potrebbe obbiettare che non si tratta di situazioni per forza preordinate ma che di base la ricerca scientifica procede sempre per ipotesi e precauzioni. Il punto è che anche in questo caso la coincidenza temporale appare notevole: il brevetto è stato pubblicato nell’aprile 2025, esattamente un anno prima che l’epidemia sulla Hondius scoppiasse.

E la ricerca di base era cominciata addirittura nel 2021 (come indicato dal deposito provvisorio n. 63/245.101 del settembre 2021).

Per quale motivo se l’hantavirus non era certo una priorità globale fino a pochi mesi fa?
Eppure, qualcuno aveva già investito risorse ingenti nello sviluppo di un vaccino a mRNA per questo specifico patogeno.

Ed infine, a rendere il quadro ancora più esplosivo è stata la notizia secondo cui l’esercito degli Stati Uniti stava lavorando a una soluzione già anni fa.

Lo USAMRIID di Fort Detrick, il celebre centro di ricerca militare del Maryland, ha condotto una sperimentazione di Fase 1 su un vaccino a DNA specifico per il ceppo Andes (codice pWRG/AND-M).

I dati pubblicati sul Journal of Infectious Diseases rivelano un dettaglio scioccante: il 98% dei partecipanti ha manifestato eventi avversi locali (dolore, noduli, gonfiori), ma nonostante la quasi totalità dei volontari abbia subito effetti collaterali, lo studio lo ha definito “ben tollerato”.

Il fatto che la difesa statunitense ritenesse prioritario sviluppare un vaccino per un virus considerato, fino a ieri, un “problema regionale sudamericano”, solleva solleva domande sulla loro valutazione dei rischi futuri.

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