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Dalla Mousikè alla Tammorra: la grande eredità della Musica Greca nelle radici della nostra Musica.
La Musicaccia - Oggi la nostra rubrica ci porterà nelle antiche atmosfere ancestrali della straordinaria cultura e musica della Grecia che ha tanto influito nella nostra cultura e modo di essere.

greca

Cibele

E’ doveroso dire che la grande civiltà greca ha apportato notevoli progressi e tecniche di studio che fino a quei tempi non si erano avute. La civiltà greca copre un arco cronologico ampio (dall’XI sec. a.C. sino al 146 a.C.).

La Grecia si estendeva in un territorio molto vasto, che comprendeva: Grecia (penisola del Peloponneso e le isole dell’arcipelago Egeo) – Isole della Turchia (Frigia e Lidia) – Italia meridionale (Magna Grecia).

 La musica per i greci era un complemento della poesia, aveva la funzione di abbellimento della parte letteraria, i greci intendevano la musica come l’insieme fra suono, parola e movimento, la chiamavano “mousikè tecknè” ovvero l’arte delle muse. Il termine “lirica” è nato proprio con i greci per indicare tutti i versi poetici che venivano cantati accompagnati dalla lira.

 La musica greca e la sua evoluzione si può catalogare in tre importanti periodi:

 Periodo ARCAICO che va dal XI – VI sec. a.C. in cui emergono l’epica e la lirica monodica e corale.                                                                                                  

Periodo CLASSICO che comprende il V sec. a. C. in cui si vede il nascere del teatro .

Periodo ELLENISTICO o ALESSANDRINO IV – II sec. a. C. in cui fiorì la trattatistica teorica.

Nel periodo Arcaico la musica si praticava nei templi durante le varie cerimonie religiose, nelle corti durante i simposi.

Il musico (aedo) cantava le gesta epiche degli dei e degli eroi sul tipo di quelle narrate nell’ iIliade e nell’Odissea, accompagnandosi con la PHORMINX (un’arpa a quattro corde con cassa armonica ricavata da una carcassa di tartaruga).

 Nel VI secolo verso il termine del periodo arcaico, la società e di conseguenza anche la musica ebbero un radicale cambiamento, con la nascita delle prime ” POLIS” ossia le città stato, in quanto musicalmente si hanno più occasioni per svolgere manifestazioni pubbliche e feste private dove i musici sono in prima linea.

 Nelle manifestazioni pubbliche (gare, feste, riti, matrimoni ed altri eventi del genere) le danze erano accompagnate da un canto corale che prendeva nome a seconda della funzione a cui era dedicato.                         

In questo periodo al canto accompagnato dalla cetra si attribuivano poteri magici; alcuni esempi: Orfeo che era in grado di placare venti e fulmini, di acquietare belve e divinità.

 Anfione che costruisce le mura di Tebe, ma già nel VI secolo, con Pitagora la musica si trasforma e si evolve in materia matematico-astronomica, perdendo le caratteristiche magico illusioniste.                                                    

Nel periodo CLASSICO del V sec. a.C. grazie a vari avvenimenti politici, economici e sociali e la clamorosa vittoria di Atene contro l’invasione persiana si ebbe uno straordinario fermento di vivacità artistico musicale.

 Per rafforzare l’impegno civile e formare nuovi ideali che coinvolgessero il popolo greco, si affidò all’arte il compito di formare le coscienze dei cittadini, ricorrendo a quella che Aristotele chiamava Cartasi (purificazione).

Detta purificazione catartica ha origine attraverso la tragedia in cui lo spettatore rivive tutti i suoi sentimenti più profondi, la passione, il tradimento gli omicidi che erano gli argomenti trattati da queste tragedie teatrali, che sicuramente hanno dato le origini a quella che nel XX secolo a Napoli chiameremo sceneggiata.

Il periodo ellenistico, o alessandrino, si apre con la sconfitta della Grecia da parte di Alessandro Magno e la sua conseguente integrazione nel regno macedone: un passaggio che segnò la perdita dell’autonomia politica e la fine delle istituzioni democratiche, soffocando gli antichi fermenti civili e artistici e generando un profondo sconvolgimento culturale. La musica cambia funzione e carattere, la forma prevale sul contenuto, i virtuosismi sull’interpretazione, il fine pedagogico e catartico della tragedia viene sopraffatto dalle commedie di Aristofane e Menandro.

 A lui si attribuisce la commedia ludica e ad intreccio tipo OPERA BUFFA (quella che a metà 900 ha saputo rappresentare benissimo Dario Fo).

Molti artisti, scrittori e musicisti si ritirarono a vita ed espressione artistica strettamente private ed è così che in questo periodo nacquero le più grandi teorie di notazione musicali. La teoria musicale grazie allo studio ed al perfezionamento di grandi uomini d’arte e di cultura ebbe un notevole ampliamento, che ancora oggi risulta vivo e presente nella nostra musica in tutti i suoi generi. Grazie a testimonianze trovate su citazione letterarie, dipinti, raffigurazioni su vasi, su una un’infinità di sculture e bassorilievi disseminati in vari musei del mondo, possiamo dire che nel Sud Italia e nello specifico in Campania nel periodo Arcaico arriva la tammurriata.

Questo genere musicale molto semplice era cantato in onore di Dionisio e della dea Cibele, il canto era accompagnato dal ritmo di una o più tammorre (tamburo a cornice, spesso a forma circolare, ma a volte anche a forma quadrata, con cembali o senza), con cui i danzatori eseguivano una serie di balli devozionali dedicati alla Madre Terra, oltre che alle divinità su citate.

In quel tempo i danzatori ellenici si muovevano con gesti corporei strettamente collegati alla voce ed al ritmo della tammorra per il raggiungimento dell’ebbrezza terrena.

Con la nascita del teatro greco, queste danze furono schematizzate affinché entrassero a far parte delle sue rappresentazioni.

La danza della tammurriata era costituita dall’elevazione ritmica delle braccia, da piccoli passi e dall’agitazione di tutto il corpo, questi movimenti servivano alle baccanti ed alle sacerdotesse del dio per giungere a furore erotico.

Vedremo che nella danza della tammurriata, o (ballo dei contadini), troveremo movimenti e gestualità ritualizzati nel momento collettivo, che assumono un significato simbolico e magico, i suoi gesti possono essere spontanei, derivati da gesti che si effettuano durante il lavoro quotidiano nei campi o in casa, come setacciare la farina o i movimenti della semina.

Ma come arrivò la tammurriata a Napoli o per meglio dire a Partenope?

Nel V secolo a.C. gli antichi greci veneravano la Grande Madre della Terra, dea della fecondità e forza della vita, della natura e degli uomini.

Questa divinità dei tempi era la Cibele anch’essa rappresentata sempre con il suo tamburello fra le mani.

La leggenda narra, che intorno al 191 a.C. sul monte Parteneo (l’attuale Montevergine presso Avellino) fu edificato un tempio alla dea e da allora quel luogo divenne meta di culto e di feste e sacrifici dedicati alla Cibele, che proteggeva il suo popolo ed i suoi fedeli.

I coribandi (sacerdoti della Cibele) ed i seguaci durante i riti e le feste accompagnavano i canti devozionali con tammorre di varie grandezze, lo strumento era considerato sacro, perché si pensava che avesse la peculiarità di mettere in contatto gli uomini con le divinità ed i vivi con i morti.

Ancora oggi ci sono molte persone, che ritengono la tammorra ed i tamburi a cornice strumenti mistici e sacri, portatori di energie positive.

Ma col passar del tempo e con l’editto di Teodosio i cristiani cancellarono i miti precristiani, sostituendo le divinità con i Santi, le Grandi Madri con le Madonne.

Monte Parteneo divenne Montevergine e la Chiesa trasformò Cibele in Madonna di Montevergine, il popolo a sua volta la chiamerà: Mamma Schiavona, Madonna Nera,  o addirittura  Juta dei femmenielli (quest’ultimo nome dovuto ad un’ altra leggenda che narra che la dea salvò due omosessuali che furono cacciati di casa e stavano morendo assiderati al freddo ma la grande Madre li salvò).

Il 2 febbraio a Montevergine migliaia di devoti corrono al Santuario e i fedeli intonano i primordiali canti devozionali sempre come nell’antichità accompagnati dal suono mistico e propiziatorio della tammorra.

Tra i più grandi rappresentanti e cultori nonché cantori della tammurriata è doveroso ricordare il mito in assoluto di questo genere musicale il maestro Marcello Colasurdo.traisci-colasurdo Dalla Mousikè alla Tammorra: la grande eredità della Musica Greca nelle radici della nostra Musica.

(Lello Traisci)

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1 commento

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Curto rosaria

Un articolo molto interessante. Non mi sorprende che la musica abbia sempre rappresentato la forma di espressione più profonda dell’uomo nei confronti di ciò che lo circonda, degli dei, della terra, della natura e di tutti i sentimenti sinceri che lo attraversano. La musica, i suoni che produce, l’armonia, la forza che emana sono stati utilizzati per celebrare eventi felici, riti religiosi, ma anche, non dimentichiamolo, riti omicidi, battaglie, uomini malvagi. La musica appartiene quindi agli uomini, che hanno il grande privilegio e forse anche il dovere di usarla per la felicità dell’umanità. Da molto tempo ormai, la musica porta la parola dell’uomo, la buona parola, che lotta e combatte le paure, le sofferenze, le guerre, le ingiustizie di ogni genere, l’amore, quello vero, che ci sembra così spesso perduto, e canta forte e chiaro la pace, le tradizioni, quelle che rispettano la natura, la terra e l’uomo, la giustizia sociale, la fratellanza, come cantava Marcello Colasurdo «meglio ‘na tammurriata ca ‘na guerra» e come canta oggi Lello Traisci con le mater matutae. La musica è un vero e proprio legame tra tutti i popoli del nostro mondo, non ha confini, uomini, donne, bambini, dal cuore buono e giusto, tutti insieme. La musica ci ringrazia ogni volta in un certo senso quando offre a noi, esseri umani, di provare questa gioia infinita di creare, cantare, suonare e danzare con Lei. Grazie per questo articolo ricco di storia.

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