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Addio a Beppe Savoldi, il centravanti che portò il calcio italiano nell’era moderna

Beppe Savoldi.

Il calcio italiano saluta uno dei suoi protagonisti più riconoscibili: Beppe Savoldi.

Ci sono calciatori che restano nei libri di storia, e altri che rimangono nel cuore. Beppe Savoldi apparteneva alla seconda categoria: quella dei volti che non si dimenticano, dei gesti che diventano ricordi collettivi, dei campioni che hanno saputo trasformare un gol in un’emozione pura.

La sua morte chiude un capitolo importante della storia sportiva nazionale, ma soprattutto lascia un segno profondo nelle città che più lo hanno amato. A Napoli, in particolare, il suo nome continua a evocare immagini vivide: acrobazie impossibili, gol che accendevano lo stadio e un legame sincero con una maglia che non ha mai smesso di emozionarlo.

Quando nel 1975 approdò al Napoli, Savoldi divenne il simbolo di un passaggio epocale. Il suo trasferimento fu il primo a superare la soglia del miliardo di lire, cifra che allora sembrava appartenere più alla fantasia che alla realtà sportiva. Corrado Ferlaino investì un miliardo e 400 milioni in contanti, aggiungendo uno scambio di giocatori valutato altri 600 milioni. Da quel momento, per tutti, Savoldi divenne “mister due miliardi”.

Un’etichetta pesante, che avrebbe potuto schiacciare chiunque. Lui, invece, la trasformò in un trampolino.

Savoldi non era solo un finalizzatore. Era un attaccante completo, elegante, capace di colpire di testa come pochi e di inventare acrobazie che, negli anni Settanta, sembravano quasi coreografie da circo. Le sue rovesciate divennero un marchio di fabbrica, un gesto che al San Paolo – oggi Stadio Diego Armando Maradona – faceva trattenere il fiato a migliaia di tifosi.

In un Napoli che ancora non poteva contare su fuoriclasse planetari, lui rappresentava una certezza. Gol pesanti, presenza costante, leadership naturale. E un carisma che lo rese rapidamente uno degli idoli della tifoseria.

Nato a Gorlago nel 1947, Savoldi aveva iniziato da ala sinistra, sfruttando un sinistro educato e un’elevazione straordinaria, affinata negli anni giovanili trascorsi sui campi da basket. A 18 anni debuttò con l’Atalanta, ma fu Bologna a consacrarlo.

Arrivato sotto le Due Torri nel 1968, visse sette stagioni da protagonista assoluto: 85 gol in Serie A, 140 complessivi, due Coppe Italia e il titolo di capocannoniere nel 1972-73 insieme a Pulici e Rivera. Baffi e riccioli inconfondibili, Savoldi divenne il volto di un Bologna competitivo e spettacolare.

Il suo arrivo in Campania non fu accolto solo da entusiasmo. In un periodo segnato da crisi economica e austerity, la cifra pagata per lui scatenò proteste. Ma bastarono poche partite per ribaltare tutto: gli abbonamenti toccarono cifre record e Savoldi ripagò la fiducia con 14 gol al primo anno, contribuendo alla conquista della Coppa Italia.

A Napoli visse quattro stagioni intense, diventando un punto fermo dell’attacco e persino cimentandosi nella musica con un singolo di successo, La favola dei calciatori. Poi il ritorno a Bologna, il finale all’Atalanta e una breve carriera in panchina, fino al 2022.

Negli ultimi mesi aveva affrontato una malattia con la discrezione che lo aveva sempre contraddistinto. L’annuncio della sua scomparsa è arrivato dal figlio Gianluca, anche lui ex calciatore, con un messaggio carico di affetto e gratitudine verso chi lo aveva assistito fino all’ultimo.

Savoldi ha lasciato 168 gol in Serie A, ma la sua grandezza non si misura solo nei numeri. Ha incarnato un calcio che stava cambiando, diventando il ponte tra un’epoca romantica e un futuro fatto di valutazioni astronomiche. Prima delle cifre folli, prima dei contratti miliardari, c’era lui: un centravanti che sapeva trasformare un pallone in poesia.

Stasera, a Bergamo, la Nazionale gli renderà omaggio prima della semifinale playoff. Napoli lo ricorda come un simbolo, Bologna come un’icona generazionale. Per tutti, resterà il primo “Beppegol”, un attaccante capace di far sognare intere città.

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