TFR e TFS: puoi sognare si, ma a rate!
Come l'INPS nega i diritti creando disuguaglianze.
I cittadini tutti uguali davanti alla legge? Certo, soltanto c’è chi è più uguale degli altri. Questo paradosso, presente nella La fattoria degli animali di George Orwell (1945), denuncia tramite una contraddizione verbale illogica la malafede di alcuni che sbandierano valori come uguaglianza e giustizia ma nei fatti creano privilegi e disparità.
La generica introduzione a questo articolo vuole, però, fare riferimento a un fatto ben preciso che riguarda due sigle di cui i più, probabilmente, già conoscono il significato: TFS e TFR.
TFR: acronimo di Trattamento di Fine Rapporto, contributo corrisposto al dipendente nel momento in cui termina il rapporto di lavoro. La norma vale per tutti i lavoratori subordinati privati e per i lavoratori pubblici assunti dopo il 2000.
TFS: acronimo di Trattamento di Fine Servizio, che è un ammontare corrisposto esclusivamente ai dipendenti pubblici assunti a tempo indeterminato prima del 1° gennaio 2001.
Insomma quelle due aride sigle indicano quella maciatina di soldini che tutti aspettano quando vanno in pensione per realizzare quel sogno, conservato nel cassetto, su cui ogni tanto si fantastica: estinguere il mutuo della casa (“Dopo trent’anni finalmente tutta mia!”), dare il supporto al nipotino per gli studi, potersi finalmente “permettere” un aiuto in casa, ecc. Insomma quel genere di sogni che una volta realizzati ti danno più soddisfazione che se avessi vinto il Nobel.
E’ lecito sognare per tutti, ma c’è chi deve sognare a rate!
Infatti i dipendenti pubblici che oggi hanno diritto al trattamento di fine servizio, già da tempo subiscono una rateazione dello stesso. L’INPS paga, ma lentamente, appunto rateizzando l’importo, che ricordiamo non è una beneficenza, ma una parte dello stipendio stesso dovuto al dipendente che nel corso della vita lavorativa viene accantonato un po’ al mese.
La motivazione dell’INPS a sostegno di questa scelta è la seguente: per la psicologia finanziaria “l’irrazionalità umana nelle scelte di spesa” è preminente, quando si ricevono grosse somme di denaro in un’unica soluzione.
Tradotto: poiché questi sono abituati a stipendi di fame, se si vedono in mano un po’ di denaro escono di cervello, sicuro!
L’attento lettore mi perdoni la frase poco letteraria, ma certe tesi meritano accenti sarcastici e derisione.
Dunque, persone considerate per tutta la vita degne e capaci di assumere responsabilità nei vari ruoli professionali dello Stato, all’atto del pensionamento hanno bisogno almeno di essere seguite da “un amministratore di sostegno perché obnubilati da questa ricchezza improvvisa” – afferma il legale Pietro Frisani, che rappresenta coloro che hanno fatto ricorso contro la norma.
L’Inps ha replicato affermando che il Tfs non deve considerarsi come una somma da erogare per intero alla cessazione del rapporto di lavoro, ma come base del pilastro previdenziale per l’aspettativa di vita successiva. Insomma un inglobamento nella pensione; così potranno anche inventarsi che le pensioni crescono in ammontare.
La questione oggi è nelle mani della Corte Costituzionale, di cui a breve si aspetta la sentenza.
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