“Storie di briganti e brigantesse”: storia di ieri, storia di oggi.
Storie di briganti e brigantesse narrate con la forza rappresentativa di un brigante duosiciliano.
Venerdì 10 aprile, alle ore 18, presso l’Hotel Serapo di Gaeta, sarà presentato il testo teatrale “Gli uomini non ne sapranno niente. Storie di briganti e brigantesse” di Fiore Marro, Ed. Massimo Capasso Editore, nell’ambito della rassegna “LIBRI DALLE DUE SICILIE”.
In un mondo dove l’immagine ha perso la sua forza onirica per mutarsi in un artificioso prodotto digitale, in un tempo in cui la parola impoverita non è più indagine e svelamento ma banale ripetizione del “becero”, l’opera di Fiore Marro, inserita nella migliore tradizione tragicomica della scuola teatrale napoletana, proietta lo spettatore nell’immaginario storico della commedia, rendendolo partecipe nel risveglio del sentimento di giustizia, nel desiderio di verità.
Il testo “Gli uomini non ne sapranno niente. Storie di briganti e brigantesse” si compie, in realtà, come un dramma teatrale, in cui la verità storica diventa narrazione immaginaria, in cui le vicende di un popolo scorrono nei vissuti personali, coinvolgendo lo spettatore fino a tramutarlo, attraverso una profonda identificazione, nei personaggi in scena.
Oltre il revisionismo, oltre la narrazione della storia dei vinti, il teatro di Fiore Marro crea e prosegue la resistenza delle Due Sicilie con l’arma della scrittura figurativa e della forza evocativa. La sua scena non è un museo delle Due Sicilie, né un altare commemorativo, è un laboratorio di resistenza culturale, dove la parola si fa corpo, immagine, ritmo, e la storia smette di essere un archivio per tornare ad essere azione.
Il superamento del revisionismo è già un atto politico: significa rifiutare la logica binaria tra vincitori e vinti, tra narrazione dominante e contro‑narrazione. Marro non si limita a ribaltare il paradigma, lo disarticola. Non cerca un risarcimento simbolico, ma un nuovo modo di abitare il passato, un modo che non sia subalterno né rivendicativo, bensì creativo, generativo. In questo senso, la sua scrittura teatrale non è un commento alla storia, ma una sua prosecuzione figurativa, un’estensione immaginativa che restituisce voce a ciò che la storiografia ha reso muto.
La resistenza delle Due Sicilie, nel suo teatro, non è un nostalgico ritorno a un’identità perduta: è un atto di persistenza. Una persistenza che si manifesta attraverso l’arma più sottile e più potente: la scrittura evocativa, capace di trasformare un episodio, un simbolo, un personaggio in una figura archetipica, in un’immagine che continua a parlare anche quando la scena si spegne. La figurazione diventa così un dispositivo politico: non rappresenta soltanto, ma riattiva, convoca, interroga.
Marro costruisce un teatro che non si accontenta di raccontare ciò che è stato, vuole mostrare ciò che continua ad essere, ciò che sopravvive nelle pieghe della lingua, nei gesti, nelle ferite non rimarginate. La sua forza evocativa non è decorativa: è un modo per far emergere la densità emotiva e simbolica di un Sud che non accetta di essere ridotto a folklore o a sconfitta. Ogni immagine scenica diventa un atto di insubordinazione, un richiamo a una dignità che non ha mai cessato di esistere.
In questo orizzonte, il teatro di Fiore Marro non è solo arte: è un dispositivo di memoria attiva, un luogo in cui la storia delle Due Sicilie non viene semplicemente ricordata, ma continua a resistere, a trasformarsi, a generare nuove forme di consapevolezza. È un teatro che non si limita a guardare indietro, ma che usa il passato come una lente per leggere il presente e come una fucina per immaginare ciò che ancora può venire.
Scritto per quelli che hanno un cuore duosiciliano, ma anche, forse soprattutto, per chi ha voltato lo sguardo altrove raccontando agli altri e a se stesso troppe bugie.
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