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Socialmente parlando cosa hanno di sociale i social?
Qualche strategia pratica per ingannare l'algoritmo

Socialmente parlando, dei social è rimasta soprattutto l’architettura, mentre la sostanza sta scivolando verso l’intrattenimento.

Volendo essere onesti, oggi sembrano più “media” che “social”.

Anche se con la loro connettività hanno abbattuto le barriere geografiche e gerarchiche:

Permettono di accumulare quello che i sociologi chiamano capitale sociale, ovvero l’insieme di relazioni e reputazione che possono tradursi in opportunità reali.

Sono imbattibili nel creare senso di appartenenza per interessi molto specifici o minoranze che non troverebbero riscontro nel mondo fisico locale.

Ma poi paradossalmente creano l’effetto vetrina: non si sta insieme, mostriamo agli altri la nostra vita, creando una socialità basata sul confronto costante e sull’approvazione, tramite i like, che spesso genera isolamento invece che unione.

c2b7ee6d-9f15-4353-9f2f-556ed5c2b28e-300x199 Socialmente parlando cosa hanno di sociale i social?

I social permettono l’interazione, ma sono asociali perché spesso sostituiscono la profondità del legame con la frequenza del contatto.

Oggi il feed non è deciso dalla relazione che si segue, ma da ciò che l’algoritmo pensa possa trattenere sulla piattaforma, ossia il consumo.

La componente sociale è diventata il carburante per vendere pubblicità.

Proviamo a capire: gli algoritmi non sono semplici motori di ricerca, ma veri e propri ingegneri del comportamento.

Il loro obiettivo non è mostrare ciò che è vero o utile, ma ciò che ci tiene incollati allo schermo.

Per farlo, sfruttano i nostri bug biologici e psicologici in modi estremamente sofisticati:

– Con lo stesso meccanismo delle slot machine: ricevere 10 like ogni volta che si pubblica, annoierebbe presto. L’algoritmo invece, tramite un programma di rinforzo variabile, rende la gratificazione imprevedibile: a volte un post va benissimo, altre volte no. Questa incertezza spinge il cervello a controllare compulsivamente le notifiche, sperando nel colpo fortunato di dopamina.

– Gli algoritmi sanno che il nostro cervello è programmato per prestare più attenzione ai pericoli e alle minacce, quindi sfruttando la negatività generano contenuti con tema rabbia, indignazione o paura, perché ricevono molta più interazione rispetto a quelli positivi. L’algoritmo quindi premia i post polarizzanti, creando l’illusione che il mondo sia più conflittuale di quanto non sia in realtà.

–  Per massimizzare il comfort e la permanenza, l’algoritmo mostra solo ciò che conferma le opinioni esistenti di chi opera con bolle di filtraggio. Nientemeno che nel contempo riesce a far sentire intelligente e nel giusto perché tutti nel feed la pensano come noi o addirittura senza rendersene conto, fa perdere la capacità di confrontarsi con il dissenso, rendendosi più vulnerabile alla manipolazione.

– L’algoritmo tende a spingere contenuti di persone che hanno standard di vita o di bellezza irraggiungibili ad un confronto sociale forzato. Sfrutta la tendenza naturale a confrontarsi con gli altri, lasciando spesso un senso di inadeguatezza che spinge a consumare di più o a comprare prodotti sponsorizzati per colmare il gap.

Se un contenuto ha molti like, tendiamo a considerarlo più autorevole a prescindere dal contenuto reale.

Ricevere feedback positivi attiva il nucleus accumbens, un’area del cervello legata al sistema di ricompensa. Questo rilascio di dopamina genera piacere e spinge a ripetere il comportamento per ottenere una nuova dose di approvazione.

Il prodotto siamo noi e la nostra attenzione. Come dicono molti esperti di etica digitale: “Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”.

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Non rimane che scoprire qualche strategia pratica per ingannare l’algoritmo e riprendersi il controllo.

Per disintossicarsi dal bisogno di approvazione digitale serve un approccio che combini igiene tecnica e ristrutturazione psicologica. Non si tratta di cancellarsi dai social, ma di togliere loro il potere di definire chi siamo attraverso alcuni passaggi:

Il primo passo è osservare il gesto. Quando si pubblica qualcosa, chiedersi: “Lo sto facendo per documentare un momento o per vedere la notifica rossa?”.

Se l’ansia di controllare i like sorge dopo pochi minuti, bisogna riconoscere che è un segnale di astinenza da dopamina, non un reale bisogno di comunicazione.

Poi si passa alla strategia, ossia nascondere i like: molte piattaforme permettono di nascondere il numero di “Mi piace” sui post degli altri e sui propri, eliminando la metrica del confronto immediato.

Disattivando le notifiche non essenziali, ci si svincola  dagli “ami” lanciati dall’algoritmo. Lasciando attive solo quelle per i messaggi in tempo reale, disattivare quelle per i like o le visualizzazioni.

Attuare la regola dei 30 minuti per rompere il circuito del feedback immediato, imponendosi di non controllare le reazioni a un contenuto per almeno 20-30 minuti dopo la pubblicazione.

Provare a fare qualcosa di bello, a vivere i momenti senza testimoni: una cena, un tramonto, una passeggiata con amici, un traguardo senza scattare foto o pubblicarle sottraendola al giudizio altrui.

Coltivare hobby analogici, dedicandosi ad attività dove il risultato è privato e non condivisibile facilmente. Il piacere deve derivare dal fare, non dal mostrare.

La validazione è un bisogno sano quando è basata sull’empatia e sul riconoscimento autentico delle emozioni altrui in contesti reali, ma diventa problematica quando si trasforma in una dipendenza da metriche algoritmiche.

Dare valore solo al feedback di persone che conoscono la nostra interezza, non solo il nostro profilo filtrato.

Concludendo: ricordarsi che un like non è un abbraccio e un follower non è un amico.

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1 commento

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Riccardo

Ottimo articolo, esauriente nell’offrire un quadro all’interno del quale si muove la comunicazione non solo giovanile.

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