Salari al palo e prezzi alle stelle: perché in Italia lo stipendio non basta più?
In Italia lo stipendio non basta più: salari fermi e prezzi sempre più alti.
Mentre nel resto d’Europa i salari crescono, l’Italia resta l’unica tra le grandi economie OCSE a segnare il passo: dal 1991 al 2024, le retribuzioni reali nel nostro Paese sono diminuite del 2,4%, contro il +32% della Francia e il +33% della Germania. Ma di chi è la colpa di questi “salari da fame” che non permettono più di riempire il carrello della spesa?
Il primo grande ostacolo è la lentezza della contrattazione: quando l’inflazione è bassa, il ritardo nei rinnovi è un fastidio; quando l’inflazione morde (8,5% nel 2022), il tempo diventa una variabile drammatica. In media, tra la scadenza e la firma di un nuovo contratto passano 14 mesi nel settore pubblico e 13,7 mesi nel privato.
Questi ritardi si traducono in perdite nette: un insegnante oggi ha un potere d’acquisto ridotto di oltre 3.000 euro l’anno rispetto al 2019; un infermiere perde circa 3.200 euro, mentre per un commesso il buco è di 3.400 euro. Le retribuzioni lorde sono salite del 12,2%, ma i prezzi sono volati quasi al 20%.
Per arginare il malcontento, il Governo è intervenuto con bonus, tagli dell’Irpef e detrazioni. Tuttavia, queste misure non sono strutturali e creano distorsioni. Il sistema fiscale attuale finisce per discriminare: a parità di reddito, dipendenti pubblici e pensionati spesso pagano più imposte rispetto ai dipendenti privati grazie ai nuovi correttivi.
Inoltre, il meccanismo attuale rischia di annullare i pochi aumenti ottenuti: quando lo stipendio sale, le detrazioni scendono, rendendo l’aumento netto quasi invisibile: la soluzione temporanea della legge di Bilancio 2026 (tassazione al 5% sugli aumenti contrattuali) aiuta i metalmeccanici del privato, ma esclude il settore pubblico, creando ulteriori disparità.
Perché i sindacati non riescono a ottenere di meglio? le parti sociali appaiono oggi “frammentate, disunite e deboli”. Per quarant’anni si è trattato per salvare i posti di lavoro, spesso accettando salari bassi per permettere alle imprese di restare competitive sul costo del lavoro.
Il quadro nel settore pubblico è persino peggiore: qui il datore di lavoro è lo Stato, e la politica sembra spesso più attenta a tutelare piccoli gruppi di interesse (come i balneari) rispetto a categorie vitali come docenti o personale sanitario.
Il “fisco-tampone” non può sostituire una sana contrattazione: come sottolineato anche dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, i redditi devono tornare a crescere attraverso i contratti e non tramite sussidi statali, senza un cambio di passo dei sindacati e una strategia politica che rimetta al centro il valore del lavoro, il potere d’acquisto degli italiani continuerà a scivolare verso il basso.
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