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Rossella Solombrino: l’equità si raggiunge dando la priorità al Sud.
L’economista e segretario del MET racconta il suo impegno per superare le disuguaglianze territoriali in Italia.

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Rossella Solombrino, economista di formazione, nel 2024 è stata eletta segretario nazionale del Movimento Equità Territoriale (MET), fondato dal giornalista e scrittore Pino Aprile per contrastare le storiche disparità tra Nord e Sud Italia promuovendo una politica basata su coesione e redistribuzione delle risorse.

Si candida in Campania alle elezioni regionali del 2025 con la lista “Fico Presidente”. In questa intervista, scopriamo il suo percorso e il perché del suo impegno a favore del Mezzogiorno.

D. Le nuove generazioni vengono spesso descritte sempre più distanti dalla dimensione socio-politica; una giovane donna, come lei, scegliendo di impegnarsi per il proprio territorio compie un inusuale atto politico e culturale di profonda rilevanza.

Come è arrivata a maturare questa decisione di grande responsabilità?

R. Partendo da un vissuto. Come molti della mia generazione, ho sperimentato in prima persona il distacco dal luogo d’origine. Anch’io, infatti, ho scelto di trasferirmi al Nord – sono stata 7 anni a Milano -, spinta dalla necessità di accedere ad opportunità professionali e formative che, nel mio territorio, apparivano limitate. Vivendo al nord, ho avuto modo di sperimentare nella mia storia personale le radicali asimmetrie socio-economiche tra le regioni settentrionali e meridionali del Paese, il che ha indotto in me l’interrogativo sul come fosse possibile un’Italia spaccata a due velocità, una sorta di dualismo economico e infrastrutturale che trovava la sua unica ragione nella minorità dei meridionali.

Non potevo accettarlo, così dal rifiuto di credere ai vari stereotipi sui meridionali, spesso frutto di narrazioni infondate e denigratorie, è nata un’esigenza di verità che mi ha spinto a capire, conoscere, informarmi, leggere. Ho intrapreso un percorso di studio rigoroso e appassionato. Ho letto con attenzione le opere di Pino Aprile e di altri autori che hanno avuto il coraggio di mettere in discussione il racconto dominante, ma non mi sono fermata alla sola dimensione narrativa. In quanto economista, ho sentito il dovere di verificare empiricamente le tesi che mi venivano proposte. Ho analizzato dati, confrontato indicatori, studiato politiche di sviluppo e flussi di investimento: ciò che ho scoperto ha confermato che le disparità territoriali non sono frutto del caso, ma il risultato di scelte sistemiche e di una distribuzione iniqua delle risorse.

Maturata tale consapevolezza, ho deciso di aderire al movimento Equità Territoriale, nato nel 2019, proprio per dare voce e forma a questa esigenza di riequilibrio tra i vari territori italiani.

La mia decisione di entrare in politica non nasce solo da un senso di ingiustizia, ma anche dalla constatazione di una fragilità strutturale nella rappresentanza meridionale. Troppo spesso, la politica che proviene dal Sud si rivela approssimativa, priva di competenze solide, incapace di parlare con chiarezza ai cittadini. È una politica che non informa, ma disorienta. E i giovani, davanti a questo scenario, si ritirano: non per indifferenza, ma per sfiducia.

Il linguaggio politico dominante tende all’omologazione. I discorsi si assomigliano, le promesse si ripetono, le soluzioni si annunciano senza fondamento. In questo clima, distinguere tra visione e propaganda diventa difficile. Per questo, nella mia comunicazione, scelgo di partire dai dati: numeri, evidenze, analisi. Non per semplificare, ma per chiarire. Per offrire ai giovani strumenti di lettura della realtà, affinché possano orientarsi, comprendere e forse tornare a credere che la politica possa essere anche competenza, responsabilità e verità.

D. Per questo lei poi ha preso la strada di aderire a un movimento piuttosto che a un partito tradizionale, perché ha ritenuto forse che i partiti non rappresentassero il Sud?

R. Esattamente. La questione meridionale rappresenta, a mio avviso, il problema strutturale per eccellenza del sistema Italia. Non esiste tema più nazionale di questo, eppure continua a essere marginalizzato nel dibattito pubblico, ignorato dai principali organi di informazione e sottovalutato dalle agende politiche. Parliamo di oltre 20 milioni di cittadini che, in larga parte, vivono in territori sistematicamente penalizzati, dove l’emigrazione è spesso l’unica prospettiva, e dove i dati ISTAT confermano anno dopo anno un progressivo spopolamento e un impoverimento drammatico.

Le regioni del Sud si collocano stabilmente tra le più svantaggiate d’Europa, superate solo da aree che, per condizioni storiche e geopolitiche, si avvicinano a contesti post-coloniali. È una realtà tragica, che nessun partito ha affrontato con la serietà e la visione necessarie. Da qui la mia scelta: aderire a una forza politica che non si limitasse a parlare del Sud, ma che lo mettesse al centro, riconoscendone le ferite e le potenzialità. Non si trattava di un’opzione, ma di una necessità.

D. Vorrei porre l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: il ruolo e la visione dei politici meridionali all’interno delle istituzioni nazionali. Non mi riferisco alle derive individuali di chi sacrifica gli ideali sull’altare dell’ambizione personale, bensì a una dinamica più profonda e strutturale.

Il politico meridionale, cresciuto in un contesto legittimato ad esistere solo in funzione della sua appartenenza al progetto nazionale, sviluppa una visione più inclusiva dell’interesse nazionale. Al contrario, il politico settentrionale, forte di un’identità territoriale più assertiva e di un radicamento in aree centrali del potere economico e istituzionale, tende a rappresentare con maggiore insistenza gli interessi del proprio territorio.

In questo senso, si potrebbe affermare paradossalmente che il meridionale sia spesso più ‘italiano’ del settentrionale. E allora, la domanda è: da dove dovrebbe partire un serio progetto di formazione di una nuova classe dirigente meridionale, capace di coniugare radicamento territoriale e visione nazionale?

R. Esistono due nodi fondamentali. Il primo riguarda la geografia del potere politico: finché le principali segreterie dei partiti nazionali continueranno a essere radicate nel Nord del Paese, dunque con “la testa al nord”, sarà inevitabile che le priorità politiche riflettano gli interessi economici e sociali di quell’area. Il Sud, in particolare il Sud profondo, rischia di essere sistematicamente marginalizzato per non compromettere il consenso elettorale nelle regioni settentrionali.

In questo contesto, anche i politici meridionali più lucidi e consapevoli si trovano spesso costretti a piegarsi a logiche di partito che non contemplano il riequilibrio territoriale come obiettivo strategico. Chi non si adegua viene isolato, escluso, o semplicemente reso irrilevante. È per questo che ho scelto di promuovere un soggetto politico che abbia come missione prioritaria la difesa e la valorizzazione del Mezzogiorno. Altri obiettivi possono esistere, ma nessuno può precedere quello del Sud.

Il secondo nodo è culturale, riguarda la narrazione dominante sul Meridione. Per decenni si è alimentata l’immagine di un Sud inefficiente, sprecone, arretrato. Una rappresentazione tossica che ha trovato riscontro non solo nel senso comune, ma anche nella produzione legislativa: basti pensare all’autonomia differenziata o al federalismo fiscale, strumenti che hanno finito e finiranno per cristallizzare le disuguaglianze anziché sanarle.

Per costruire una classe dirigente meridionale autentica, servono due condizioni. La prima è la diffusione della consapevolezza: ogni cittadino del Sud deve poter accedere a informazioni che decostruiscano la narrazione penalizzante e restituiscano dignità storica, economica e politica al Mezzogiorno.

Io sostengo da tempo che in ogni meridionale c’è un meridionalista: basta solo che venga messo nelle condizioni di conoscere.

La seconda condizione è etica. È innegabile che la politica attragga anche figure prive di scrupoli, disposte a tradire i territori che li eleggono pur di garantirsi una posizione nei partiti dominanti, appunto con sede decisionale al Nord. Se invece si promuovono partiti radicati nel Sud, capaci di rappresentarne realmente le istanze, si riduce anche lo spazio per l’opportunismo e la disonestà.

In definitiva, finché non si affermerà una piena consapevolezza collettiva, io non posso riporre fiducia nei partiti esistenti. Alcuni mostrano maggiore sensibilità verso il Sud, ma nessuno, a mio avviso, lo fa in modo coerente e strutturale. È per questo che esiste il movimento Equità Territoriale: per dare voce a un’Italia che troppo spesso è stata costretta al silenzio.

D. Per descrivere empiricamente questa situazione basta guardare cosa è accaduto al Movimento5stelle che, nel 2018, emerse come un catalizzatore di speranze diffuse, soprattutto nel Mezzogiorno. L’onda elettorale che travolse le urne in quell’anno non fu soltanto un fenomeno di consenso, fu una manifestazione geografica e storica di desiderio di rappresentanza: qualcuno parlava finalmente di Sud. Il profilo delle regioni che votarono in massa per il M5S ricalcava, con impressionante precisione, i confini dell’antico Regno delle Due Sicilie. Un dato non solo statistico, ma simbolico: il Sud, da sempre percepito come periferia politica ed economica, si riconosceva in un progetto che prometteva rottura, equità e ascolto.

Tuttavia, quella fiducia non fu ricambiata. I vertici del Movimento, anziché consolidare il legame con un elettorato che aveva manifestato una volontà chiara e compatta, preferirono inseguire un consenso settentrionale che non aveva mai mostrato la stessa intensità né la stessa urgenza.

Questo fu un errore non solo tattico, ma una miopia culturale.

Pensa sia legittima questa analisi?

R. Sono d’accordo, in quanto pur percependo segnali di cambiamento nel panorama politico nazionale, questi non sono sufficienti ad azzerare la mia sfiducia nei partiti nazionali. Certo, oggi emergono figure politiche che dimostrano un’autentica attenzione verso le istanze meridionali — come Alessandro Caramiello e Roberto Fico —, tuttavia ciò non basta a dissolvere il sospetto che il Sud continui a essere percepito come un territorio da gestire, più che da ascoltare.

I due governi Conte sono stati quelli che hanno fatto più di altri per il Mezzogiorno, tuttavia non si possono dimenticare alcuni passaggi della loro azione politica, come, ad esempio, quello che ha visto la legge sull’autonomia differenziata presente nel programma del primo governo Conte.  Il movimento pentastellato ha comunque mancato l’occasione di interrogarsi profondamente sulle ragioni del consenso meridionale. Il voto al Movimento 5 Stelle, infatti, non fu semplicemente una risposta al reddito di cittadinanza, ma l’espressione di una domanda più radicale: quella di una rappresentanza autentica, mai pienamente garantita né dalla destra né dalla sinistra.

In questo contesto, il voto ai 5 Stelle fu un atto di speranza, una richiesta di inversione di rotta. Ma la speranza, da sola, non è sufficiente.

È necessario che i partiti formulino obiettivi chiari, misurabili, e che la loro attuazione sia sottoposta a un controllo rigoroso. Serve che qualcuno si prenda la responsabilità di monitorare, di verificare, di non mollare. È ciò che il movimento Equità Territoriale si propone di fare: monitorare con precisione la distribuzione delle risorse, denunciare le ingiustizie e le discriminazioni, e promuovere una visione del Sud non più come luogo di spreco, ma come laboratorio di buona politica.  

Solo in questo modo sarà possibile il capovolgimento di una situazione che vede ogni giorno i diritti dei cittadini del sud erosi in crescendo costante, nel silenzio e nell’indifferenza generale. Questo accade anche perché, all’interno dei partiti stessi, continua a prevalere una narrazione distorta e ingiusta che dipinge il Sud come una realtà parassitaria.

È per questo che oggi ho scelto di candidarmi nella lista “Fico Presidente”: perché, tra i vari candidati, vi è un presidente che ha il coraggio di affrontare temi cruciali e spesso ignorati, come la ripartizione iniqua dei fondi sanitari, che penalizza gravemente il nostro territorio. Roberto Fico ha accolto la mia proposta di istituire una cabina di regia per garantire trasparenza e controllo nella distribuzione dei fondi destinati ai territori.

D. Ci vuole illustrare questa sua proposta?

R. La mia proposta si concentra sull’istituzione di una cabina di regia incaricata di monitorare la gestione dei fondi, siano essi europei, strutturali o di altra natura. È fondamentale garantire trasparenza e controllo nella loro distribuzione.

Per spiegarmi meglio, faccio due esempi. Il primo riguarda la manutenzione stradale: quando tra i criteri di assegnazione dei fondi viene inserito il rapporto tra dipendenti privati e pubblici, si nota che nelle regioni del Nord, dove i dipendenti privati sono più numerosi, i finanziamenti aumentano. Questo è un chiaro indicatore di disparità.

Il secondo esempio riguarda i bandi per gli asili nido, dove viene applicato il principio del cofinanziamento. In pratica, se un ente ha già risorse proprie per costruire asili, riceve ulteriori fondi per crearne altri. Al contrario, chi non dispone di risorse iniziali resta escluso, perpetuando così il divario.

È fondamentale istituire una cabina di regia che supervisioni l’intero processo, perché è necessario poi confrontarsi con chi detiene il potere decisionale — indipendentemente dal colore politico del governo — per denunciare eventuali criteri iniqui nella distribuzione dei fondi. Spesso manca equità territoriale: se si emana un bando per rispondere alla carenza di asili nido, non è accettabile che i criteri di assegnazione favoriscano territori dove gli asili già esistono. Le risorse devono andare dove c’è reale bisogno, non dove si creano privilegi ingiustificati.

Per questo motivo, ho proposto la creazione di una cabina di regia a livello regionale, incaricata di monitorare come vengono distribuiti i fondi — ad esempio quelli strutturali statali, che rappresentano oltre il 50% del totale — e di verificare che la ripartizione avvenga secondo criteri corretti e trasparenti. Questo è un passaggio cruciale per garantire una buona governance: non basta amministrare bene, bisogna anche evitare di amministrare la miseria.

D. Vorrei soffermarmi sul concetto di “radicamento territoriale”, che riguarda non solo i partiti, ma anche i movimenti meridionalisti, incluso quello a cui lei appartiene. A mio avviso, non basta essere presenti sui social: è fondamentale costruire relazioni solide con la società civile, le associazioni, le categorie produttive e i cittadini. Ritengo altrettanto importante la presenza di sedi locali sul territorio che possano essere un luogo di confronto e dibattito, dove fa emergere istanze, necessità e proposte direttamente dai cittadini stessi. In questo senso cosa avete previsto?

R. Ritengo questo aspetto particolarmente rilevante e condivido pienamente il suo pensiero. I social media rappresentano certamente uno strumento utile: in passato non esistevano, oggi ci consentono di far conoscere il Movimento Equità Territoriale e di coinvolgere nuove persone. Tuttavia, quando si tratta di intraprendere azioni concrete, come le mobilitazioni in piazza — penso, ad esempio, alla manifestazione dello scorso maggio presso l’Ospedale Pellegrini contro la ripartizione del fondo sanitario, che penalizza le regioni del Sud — è fondamentale poter contare su persone motivate, unite da relazioni autentiche. Queste relazioni si costruiscono attraverso i gruppi territoriali che favoriscono il confronto personale.

Attualmente disponiamo di diversi circoli territoriali, anche se non abbiamo ancora sedi fisiche stabili, poiché gli incontri si svolgono in base alle esigenze e alle circostanze. La nostra presenza è particolarmente radicata in Campania, con circoli attivi a Napoli, nell’area vesuviana, a Caserta, Salerno e in altre province.

Questa rete territoriale è di grande importanza, soprattutto quando si affrontano temi che, pur essendo poco conosciuti da molti, sono profondamente sentiti da chi vive nel Mezzogiorno. Il mio impegno è sostenuto concretamente da questi circoli: ci incontriamo regolarmente per discutere delle problematiche locali e raccogliere le istanze dei territori.

Inoltre, organizziamo momenti di confronto con la dirigenza nazionale, durante i quali le questioni specifiche delle diverse regioni del Sud vengono analizzate e affrontate collettivamente.

Insomma, i social sono importanti, ma non possono sostituire il valore del radicamento umano e territoriale.

D. Vorrei ora passare a un altro tema che emerge chiaramente quando si vive il territorio da vicino, anche semplicemente andando nei supermercati. Mi capita spesso di notare una dinamica che considero un vero e proprio “peccato d’origine” del sistema economico italiano: il mercato del Nord viene percepito — e spesso si comporta — come concorrente di quello del Sud, anziché come parte di un sistema integrato.

Attrarre investimenti nel Sud e garantire una presenza stabile delle imprese meridionali nella grande distribuzione è fondamentale. Oggi, le aziende del Sud sono poche e spesso non riescono a mantenere una presenza duratura. In quest’ottica, cosa proporrebbe per invertire questa tendenza e rafforzare la presenza del Sud nel mercato nazionale?

R. È necessario avviare politiche efficaci di incentivazione dell’impresa nel Mezzogiorno, andando oltre il sostegno alla sola microimprenditorialità. Misure come “Resto al Sud” hanno certamente contribuito a trattenere molti giovani sul territorio, ma non sono sufficienti. Occorre una strategia più ampia che promuova lo sviluppo imprenditoriale in modo strutturale, accompagnata da azioni concrete di tutela e valorizzazione delle eccellenze locali.

Un esempio emblematico riguarda la protezione commerciale dei prodotti agroalimentari: ad esempio, attualmente, l’unico olio tutelato a livello nazionale è quello veneto. È evidente che servano interventi mirati per garantire pari dignità e riconoscimento ai prodotti del Sud, troppo spesso sottovalutati, sottopagati o strumentalizzati da filiere che ne sfruttano il valore senza restituire ricchezza ai territori d’origine.

Questa dinamica contribuisce al fallimento di molte imprese meridionali e alimenta un tasso di emigrazione tra i più alti d’Europa. Non possiamo accettare che il Sud continui a essere considerato solo come un mercato di consumo per prodotti del Nord, mentre le sue risorse vengono marginalizzate. Serve una tutela giuridica e politica forte del territorio, che promuova attivamente le sue produzioni e ne difenda gli interessi.

Emblematiche, in tal senso, sono alcune dichiarazioni pubbliche — come quella del ministro Lollobrigida, che ha commentato con sollievo il fatto che la crisi produttiva abbia colpito il Sud anziché il Nord. Parole che rivelano una visione profondamente sbilanciata e che confermano quanto sia urgente una battaglia decisa per l’equità territoriale.

Non possiamo accontentarci delle misure adottate finora. Serve di più. Serve una classe dirigente che difenda il Sud con determinazione, promuovendo anche una consapevolezza diffusa tra i cittadini: acquistare prodotti del territorio significa sostenere l’economia locale, creare occupazione e offrire ai giovani una prospettiva di futuro.

È vero, tutto questo è complicato. L’inflazione incide sul potere d’acquisto e la grande distribuzione impone logiche di scala difficili da contrastare. Ma è fondamentale far comprendere che sostenere un’impresa del Sud equivale, in molti casi, a evitare che un figlio debba emigrare. Questo messaggio deve diventare centrale, sia nelle politiche pubbliche che nella coscienza collettiva.

D. Un altro tema cruciale è quello dell’informazione. Spesso si tende ad attribuire tutte le responsabilità ai giornalisti, etichettandoli come radical-chic o prezzolati. Tuttavia, a mio avviso, il problema è più profondo e riguarda l’intero sistema editoriale. Lei è d’accordo?

R. Quando si acquisisce una certa consapevolezza, diventa difficile persino accendere la televisione. Lo dico spesso: anche quando cerco di seguire un programma che tratta argomenti di mio interesse in modo coerente, mi ritrovo poi frustrata quando si affrontano temi legati al Sud in modo superficiale o distorto. Mi chiedo come sia possibile che, in certi casi, manchi del tutto un’informazione corretta; in altri, si tratta di un problema strutturale dell’editoria, spesso condizionata da poteri fortemente nord-centrici.

Intervenire su questo fronte è fondamentale. L’editoria digitale, ad esempio, viene spesso considerata di “serie B”, più povera rispetto a quella cartacea, anche per ragioni economiche. Ma è proprio lì che si potrebbe investire, andando oltre la semplice gestione di pagine Facebook usate come vetrine promozionali. Serve un’editoria che favorisca il dibattito, anche rischiando, ma con maggiore profondità e senso critico.

D. Avete intenzione di incentivare questo tipo di informazione? Avete progetti in tal senso?

R. Al momento, non esistono progetti formalizzati in modo strutturato, ma il tema è presente e sentito. Personalmente, sono convinta che tutto ruoti attorno alla consapevolezza. Faccio un esempio: nel Movimento Equità Territoriale, quando ci troviamo di fronte a programmi televisivi che espongono in modo sfacciato e quasi denigratorio il Mezzogiorno, il nostro primo lavoro è proprio quello di promuovere consapevolezza. Solo così possiamo sostenere e incentivare un’editoria che sia realmente attenta, responsabile e capace di rappresentare il Sud con dignità e verità.

D. Vuole ricordare qualche esperienza al Nord che ha vissuto? Credo che bisognerebbe scrivere interi libri solo di testimonianze, perché ciò che accade merita di essere raccontato.

R. Le esperienze vissute al Nord da chi proviene dal Mezzogiorno meriterebbero di essere raccolte in volumi interi di testimonianze, perché ciò che accade — spesso sottotraccia, ma profondamente significativo — è parte integrante della storia sociale contemporanea del nostro Paese.

Dopo aver trascorso diversi anni a Milano, ho avuto la possibilità, grazie allo smart working, di rientrare a Napoli, mantenendo un solo giorno settimanale di presenza fisica al Nord. Oggi vivo stabilmente nella mia città d’origine. Con il tempo, le difficoltà si sono trasformate: non è più soltanto la fatica dell’adattamento culturale o professionale, ma il peso emotivo della distanza dagli affetti, dalle radici, dalla propria comunità.

Ciò che mi colpisce maggiormente è l’evoluzione di un fenomeno che definirei ambivalente. La presenza meridionale al Nord è ormai così estesa che le barriere iniziali — quelle che io stessa ho incontrato — sembrano attenuate. Ritrovo amici, parenti, volti familiari ovunque. Ma questa apparente normalizzazione cela una realtà drammatica: intere famiglie si sono trasferite stabilmente, e i figli della mia generazione crescono lontani dai nonni, dai luoghi dell’infanzia, da un patrimonio affettivo e culturale che rischia di andare perduto. È una forma di sradicamento silenzioso, ma profondo.

Se ripenso al mio primo trasferimento, potrei davvero scrivere un libro. Gli episodi che mi hanno segnata non sono necessariamente eclatanti, ma rivelatori. Ricordo, ad esempio, un collega che, rivolgendosi a un altro, commentò: “Questo file non l’hai fatto bene, l’hai fatto alla napoletana.” Una frase apparentemente innocua, ma intrisa di pregiudizio. Sono parole che ti feriscono, che ti costringono a maturare una consapevolezza dolorosa: quella di appartenere a una comunità che, troppo spesso, è oggetto di stereotipi e discriminazioni sistemiche.

Ciò che altrove sarebbe considerato inaccettabile — un insulto razziale, un’offesa legata all’orientamento sessuale — nel caso dei meridionali viene tollerato, minimizzato, persino normalizzato. È come se fossimo destinati ad accettare tutto, a non reagire, a non rivendicare dignità.

Eppure, chi parte — e vive l’esperienza del distacco — spesso sviluppa una consapevolezza profonda. Ricevo messaggi da giovani che mi raccontano storie simili alla mia: “Sono stato a Varese, ma sono tornato perché mi trattavano così…” Sono persone che hanno già dentro di sé il seme del risveglio, della lucidità critica.

Altri, purtroppo, reagiscono in modo diverso. Delusi da un territorio che non è riuscito a trattenerli, finiscono per rivolgere la propria rabbia contro di esso. Cercano giustificazioni altrove, e talvolta si lasciano sedurre dalle narrazioni tossiche della propaganda leghista — e non solo — che dipinge il Sud come irrimediabilmente arretrato, incapace di cambiare, inferiore per natura. È una forma di alienazione che va combattuta con forza, perché mina non solo la fiducia individuale, ma la possibilità stessa di cambiamento collettivo.

Alla fine di questa intervista possiamo affermare che Rossella Solombrino ha saputo regalarci la speranza in una nuova generazione meridionale consapevole, che non si limita a denunciare le disuguaglianze, ma le decifra e le affronta con strumenti culturali e politici. Il suo percorso, tra studio e militanza, riflette una visione della politica come spazio di competenza, responsabilità e verità. In un contesto segnato da retoriche vuote e rappresentanze fragili, la sua voce si distingue per chiarezza e determinazione.

È il segno che, forse, una nuova grammatica del Sud è già in scrittura.

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