Rivelazioni dall’Inferno di Evin: Cecilia Sala racconta i 21 giorni di prigionia
La testimonianza shock della giornalista: vessazioni, torture psicologiche e il terrore della gru delle impiccagioni nel famigerato carcere.
Rivelazioni dall’Inferno di Evin: Cecilia Sala racconta i 21 giorni di prigionia
Cecilia Sala, la giornalista italiana trattenuta per tre settimane nel carcere di massima sicurezza di Evin, a Teheran, rompe il silenzio. In un’intervista al Corriere della Sera e tra le pagine del suo libro ‘I figli dell’odio?’, svela per la prima volta i dettagli agghiaccianti della sua esperienza, offrendo uno sguardo inedito sulla macchina repressiva iraniana.
Un arresto arbitrario: da un hotel di Teheran alle segrete
Tutto ha inizio il 19 dicembre 2024. Cecilia Sala, 30 anni, in possesso di un regolare visto giornalistico, viene prelevata con la forza dalla sua camera d’albergo da militari iraniani. Le vengono sequestrati passaporto, telefono e denaro. Bendata e incappucciata, viene condotta in un luogo sconosciuto. Le autorità di Teheran motivano il gesto come una conseguenza per “aver violato le leggi della Repubblica Islamica”. La realtà, come poi emerso, era ben diversa: la sua detenzione era una ritorsione per l’arresto a Milano dell’ingegnere iraniano Mohammed Abedini Najafabadi. Solo l’8 gennaio 2025, dopo intense trattative diplomatiche, riacquisterà la libertà.
L’ingresso nell’incubo: il rituale di umiliazione
Il racconto di Sala dipinge un quadro di sistematica disumanizzazione. Appena varcata la soglia del carcere di Evin, ha inizio un rituale volto a annientare ogni identità e dignità.
“Ti spogliano. Devi fare il solito squat nuda. Sul pavimento, sotto il metal detector, sono dipinte le bandiere americana e israeliana, che devi calpestare”.
La giornalista descrive un ambiente dove la violenza è all’ordine del giorno: gli uomini vengono picchiati sistematicamente, dalle celle insonorizzate giungono le grida di chi viene torturato. Anche le donne, a volte, vengono bastonate. A lei, fortunatamente, non è accaduto.
La cella e l’eredità del sangue: il simbolo della disperazione
La sua dimora forzata era una cella spoglia, priva di qualsiasi conforto, persino di un materasso. L’unico oggetto presente era un secchio di acciaio per i bisogni. Ma a terrorizzarla era ciò che era impresso sul muro: una grande macchia di sangue, lasciata dalla detenuta che l’aveva preceduta.
La vera comprensione dell’orrore che si vive in quel luogo le giunge quando, lasciata aperta la feritoia della cella, sente la donna di fronte.
“La sentivo prendere la rincorsa, per quanto si possa fare in un loculo di due metri, e gettarsi con tutte le sue forze con la testa contro la porta blindata. Sperando di fracassarsi il cranio e morire”.
La tortura bianca: una strategia per spezzare la mente
Oltre alla violenza fisica, esiste una tortura più subdola e psicologica, che Sala definisce “tortura bianca”. È una condizione studiata per indurre alla follia.
“Il tempo è iperdilatato. Ti sembra sia passata un’ora, ma sono passati solo dieci minuti. Giorno e notte non esistono. La luce è sempre accesa… Non hai niente con cui distrarti. Puoi solo addentrarti nelle tue paure”.
I suoi aguzzini, abili manipolatori, alternavano finte promesse a minacce, con un obiettivo preciso: estorcerle una confessione da spia. Una spia, infatti, ha un valore di scambio politico molto più alto di una giornalista. Cecilia, consapevole che confessare sarebbe stata la sua condanna definitiva, ha resistito.
Il momento più buio: la gru delle impiccagioni
Il punto più basso della sua prigionia arriva quando viene portata in cortile e le viene tolta la benda. Davanti a lei si staglia una gru.
“‘È quello che facciamo alle spie’, le dissero”.
Era il macabro strumento utilizzato per le esecuzioni capitali. Di fronte a quella visione, Cecilia, che aveva promesso a se stessa di non cedere mai, ha avuto una crisi di panico così forte da chiedere di essere sedata.
La riconoscenza e la consapevolezza
Oggi, Cecilia Sala esprime profonda gratitudine verso tutti coloro che hanno lavorato per la sua liberazione, dai “servitori dello Stato” che sono andati a prenderla a Teheran alla Presidente Meloni. La sua è stata una terribile esperienza di ostaggio della politica internazionale, un sintomo di quanto i “regimi deboli siano paranoici”, come lei stessa afferma. La sua testimonianza è un atto di coraggio e un monito lucido sulle pratiche di un sistema carcerario che fa della crudeltà la sua norma.
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