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NEUROSCIENZE FORENSI: L’evoluzione del Criminal Profiling, da Lombroso all’analisi comportamentale investigativa
Analisi interdisciplinare del criminal profiling: dal determinismo biologico ottocentesco alla comprensione dinamica del comportamento deviante. Come neuroscienze, psicologia e criminologia decodificano la scena del crimine per la valutazione del rischio e il supporto investigativo

Profiling

LUCIA SFORZA – Per oltre un secolo il tentativo di comprendere la natura del comportamento criminale ha attraversato fasi epistemologicamente disomogenee, oscillando tra ambizioni scientifiche, derive deterministiche ed autentiche rivoluzioni concettuali. Il criminal profiling, oggi inteso come disciplina interdisciplinare collocata all’intersezione tra criminologia, psicologia forense, neuroscienze e analisi comportamentale, non nasce come strumento neutro, bensì come prodotto storico di una precisa visione dell’uomo e della colpevolezza. La sua evoluzione riflette, in modo emblematico, il passaggio da una concezione ontologica del criminale a una lettura funzionale e dinamica del comportamento deviante.

Il legato di Cesare Lombroso e il determinismo biologico

Il primo tentativo sistematico di “scientificizzare” il crimine è inevitabilmente riconducibile al pensiero positivista ottocentesco e, in particolare, all’opera di Cesare Lombroso. La teoria del “delinquente nato”, fondata sull’idea di una regressione atavica identificabile attraverso caratteristiche somatiche e craniche, rappresenta oggi un paradigma superato, se non apertamente confutato. Tuttavia, liquidarla come mera pseudoscienza significherebbe ignorarne il ruolo fondativo: Lombroso compie un’operazione decisiva, ovvero sottrae il crimine alla sfera esclusivamente morale e lo colloca nel dominio dell’osservazione empirica. È il primo tentativo, seppur metodologicamente viziato, di correlare caratteristiche individuali e condotta criminale secondo criteri di sistematicità.

Il limite strutturale di tale impostazione risiede nel suo determinismo biologico, che riduce la complessità del comportamento umano a un dato anatomico, precludendo qualsiasi analisi contestuale, relazionale o ambientale. Non a caso, l’evoluzione della criminologia nel primo Novecento — con la scuola sociologica di Chicago, le teorie dell’anomia di Durkheim e Merton, e successivamente i contributi dell’interazionismo simbolico — segna il progressivo abbandono della fisiognomica a favore di modelli interpretativi multifattoriali. Il criminale non è più concepito come “diverso per natura”, ma come prodotto di interazioni sociali, traiettorie biografiche e contesti strutturali.

La nascita del Profiling moderno e l’analisi della scena del crimine

Il vero spartiacque per la nascita del criminal profiling in senso moderno si colloca però nel secondo dopoguerra, quando l’attenzione si sposta dalla persona astratta all’evento concreto delittuoso. La criminologia investigativa e la psicologia forense iniziano a leggere il reato come una forma di comunicazione comportamentale. In questo contesto si sviluppano le prime unità di Behavioral Science, in particolare negli Stati Uniti, che elaborano modelli interpretativi fondati sull’analisi della scena del crimine, sulla distinzione tra modus operandi e signature e sulla classificazione tipologica degli autori (organized e disorganized offenders).

Il crimine viene così interpretato non come espressione di un tratto immutabile, ma come risultato di una sequenza decisionale coerente con specifiche strutture cognitive ed emotive. La scena del crimine diventa un “testo” da decodificare, in cui ogni scelta operativa dell’autore — dal tipo di vittima alla modalità di aggressione, dalla gestione del corpo alla fase post-delictum — riflette bisogni psicologici, capacità di pianificazione e livelli di controllo.

Ruolo probabilistico e limiti giuridici

Parallelamente, il profiling abbandona progressivamente ogni pretesa predittiva assoluta per assumere una funzione probabilistica e orientativa, compatibile con le esigenze del processo penale. In ambito giuridico, infatti, il profilo non può mai assumere valore probatorio autonomo, ma opera come strumento ausiliario dell’attività investigativa, nel rispetto dei principi di legalità, presunzione di innocenza e libero convincimento del giudice. La sua utilità si colloca sul piano della coerenza investigativa e della riduzione del campo delle ipotesi, non su quello dell’accertamento della responsabilità.

Nel corso degli ultimi decenni, il criminal profiling si è ulteriormente trasformato, incorporando contributi provenienti da discipline eterogenee. La psicologia clinica ha fornito modelli di personalità e di funzionamento psicopatologico; la vittimologia ha permesso di comprendere la selezione della vittima come processo attivo; la linguistica forense ha reso possibile l’analisi degli artefatti comunicativi dell’autore; la statistica ha introdotto strumenti di analisi delle serie criminali; l’informatica ha aperto la strada a modelli predittivi basati su grandi moli di dati.

L’impatto delle neuroscienze forensi e la vulnerabilità

La svolta più recente, e al tempo stesso più delicata, è rappresentata dall’ingresso delle neuroscienze forensi. Tecniche di neuroimaging strutturale e funzionale hanno evidenziato, in alcuni soggetti con condotte violente o antisociali, alterazioni nei circuiti della regolazione emotiva e del controllo inibitorio, in particolare a carico della corteccia prefrontale, dell’amigdala e dei sistemi dopaminergici. Tali evidenze hanno contribuito a superare l’opposizione sterile tra libero arbitrio e determinismo biologico, introducendo il concetto di vulnerabilità neurobiologica.

È fondamentale, tuttavia, evitare derive neo-lombrosiane. Le neuroscienze non identificano il criminale, né legittimano automatismi causali tra cervello e reato. Esse descrivono predisposizioni, fattori di rischio, condizioni di funzionamento che interagiscono con l’ambiente, l’esperienza e la storia individuale. In ambito forense, il loro contributo è interpretativo, non assolutorio; esplicativo, non giustificativo.

Il paradigma contemporaneo del profiling si fonda dunque sulla valutazione del rischio, non sulla previsione del colpevole. Si analizzano probabilità di escalation, recidiva, compatibilità comportamentale tra autore e scena del crimine, coerenza psicologica delle condotte, in un’ottica dinamica e contestualizzata. Il focus si sposta dalla ricerca dell’“identikit ideale” alla comprensione dei meccanismi che rendono un determinato comportamento possibile, reiterabile o prevenibile.

Il futuro del criminal profiling si configura come sempre più integrato e sofisticato: neuroscienze, psicotraumatologia, analisi del comportamento digitale, studio dello stress cronico e intelligenza artificiale concorrono a costruire modelli interpretativi complessi, capaci di cogliere la dimensione processuale del crimine. Non si cerca più il “mostro”, né si inseguono marcatori estetici o semplificazioni ideologiche. Si studiano funzioni, decisioni, contesti.

È in questa transizione — dal pregiudizio biologico alla scienza del comportamento, dalla staticità tipologica alla dinamicità sistemica — che il criminal profiling trova la sua maturità epistemologica. Una maturità che impone rigore, prudenza e consapevolezza dei propri limiti, ma che restituisce alla criminologia il suo compito più autentico: comprendere il crimine senza ridurlo, e spiegare l’autore senza assolverlo

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