Nascere insieme morire insieme.
Nascere insieme dopo avere condiviso per nove mesi il grembo materno deve essere per due gemelli una cosa molto bella. Ma decidere di porre fine alla vita insieme?
Il caso delle gemelle Kessler riapre il dibattito sul fine vita assistito.
Condividere la vita da quando sei un embrione crea, nel nostro immaginario, un legame molto forte. Così si spiega quel vincolo maggiore che accomuna i fratelli gemelli dai normali fratelli.
Questa unione spesso resta più stretta, che non tra normali fratelli, ed anzi si consolida con il passare degli anni.
Da bambini si cresce e si gioca insieme. C’è anche l’usanza, ora un po’ dimenticata, di vestirli uguali i figli gemelli se dello stesso sesso. Si frequenta la stessa scuola elementare, si condividono quindi le prime esperienze della vita in comune. Crescendo poi, ad un certo punto è logico che le strade possono, o meglio si devono dividere, a cominciare dagli studi superiori.
Con il formarsi della propria personalità ognuno dei due fratelli gemelli comincia a maturare idee diverse, desideri che non sono condivisi dall’altro; insomma non dico ognuno per la sua strada ma quasi. Riteniamo che sia questa la naturale evoluzione e sviluppo di crescita di ogni essere umano.
Esistono però delle eccezioni che sfociano poi in fatti che lasciano colpiti e allo stesso tempo molto meravigliati per la freddezza e la pianificazione con le quali vengono attuate. Questo è infatti il triste caso di cronaca avvenuto pochi giorni fa, quello della morte contemporanea delle gemelle Kessler.
Chiarito quasi subito che non si trattava di una disgrazia lo stupore e la meraviglia insieme al dolore sono stati i sentimenti che hanno prevalso.
Le due gemelle Teutoniche, simbolo di una televisione ancora agli esordi ma capace di irrompere nella vita degli italiani in un periodo di sviluppo florido per il nostro paese, hanno compiuto un gesto estremo e drammatico.
Nascere insieme, crescere insieme, condividere probabilmente le sofferenze della guerra, fuggire giusto in tempo dalla Germania Orientale prima che un maledetto muro creasse una netta separazione con la modernità. Trasferirsi a Parigi dove iniziano la loro attività nel mondo dello spettacolo. Approdare poi in Italia dove hanno ottenuto il massimo del successo in televisione grazie alla loro avvenenza e bravura. Tutte tappe di una vita assolutamente condivisa.
Fino qui tutto bene, bello crescere diventare adulte e condividere anche il lavoro ed il successo, compresi i guadagni, godendo insieme della posizione raggiunta in campo sociale ed economico.
Ben venga anche la condivisione della terza età, quello che è il periodo più difficile da mandare giù, invecchiare insieme, il viale del tramonto dopo il successo, dividendo le giornate dopo una vita trascorsa insieme. Bellissimo.
Ma come si può concepire un addio alla vita programmato e pianificato in questo modo per entrambe, è un qualcosa che non è facile riuscire a comprendere. Stabilire addirittura una data, dare una destinazione al proprio patrimonio, scegliendo un erede. Nel loro caso un Ente no profit.
Organizzare il tutto con l’ausilio di una “compagnia specializzata” in trapasso assistito.
Una norma tedesca, cinque anni fa, ha ammesso il suicidio assistito rendendolo disponibile non solo per i malati terminali o per quei pazienti affetti da malattie irreversibili che rendono totalmente invalido chi ne è affetto. Chiunque maggiorenne perfettamente in grado di intendere e di volere può decidere quando è giunto il momento di porre fine al suo percorso terreno. Purché la decisione sia presa in perfetta autonomia, si può agire da soli con un farmaco auto somministrato sotto forma di iniezione letale, o ci si può far assistere come nel caso delle gemelle Kessler.
Insomma la programmazione e pianificazione della propria fine, quanto di più impensabile e spaventoso possibile, da attuare insieme, contemporaneamente come tutta una vita.
E’ proprio questo che lascia più attoniti: questa decisione estrema può essere stata presa da entrambe senza che nessuna delle due avesse un benché minimo dubbio?
Timore o paura di separarsi l’una dall’altra? Probabilmente si.
Quel legame di cui parlavamo prima portato all’estremo gesto dell’addio alla vita condiviso, programmando ed anticipando insieme quello che per ogni essere umano dovrebbe avvenire naturalmente, o secondo il proprio destino.
Commento all'articolo