MICHELE MORELLO, IL “GIUDICE GALANTUOMO” CHE RESE GIUSTIZIA AD ENZO TORTORA
Articolo di Michele Marra
In questi giorni di battaglia referendaria sulla riforma costituzionale, la figura del Giudice Michele Morello, per tutti “ il Giudice Galantuomo”, ci consente di comprendere quanto sia necessaria la libertà e l’indipendenza della Magistratura, senza se e senza ma.
Se il processo ad Enzo Tortora, divenuto emblema della “giustizia giusta “ e della battaglia dovuta al grandissimo Giacinto detto Marco Pannella che lo candidò per farne l’anima di quella storia, venne risolto con i “ colpevoli” condannati ed il presentatore assolto, lo si deve al lavoro meticoloso di questo alto profilo istituzionale di assoluta preparazione tecnica, onestà intellettuale e imparzialità, tanto che non ebbe remore a contrastare le risultanze del processo di primo grado .

Era il 15 settembre 1986 quando la Corte d’Appello di Napoli, con Michele Morello relatore, assolse con formula piena il conduttore televisivo, dopo che in primo grado era stato condannato a 10 anni per associazione camorristica e traffico di stupefacenti.
Nel corso della sua analisi degli atti, il magistrato evidenziò l’inattendibilità dei pentiti imputati, si eseguirono nuovi accertamenti alcuni inconcludenti ed altri favorevoli al Tortora. Fino alla ultima udienza quando il povero Enzo Tortora affermò: “Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi.»”.
Le accuse si basavano sulle dichiarazioni di pregiudicati in cerca di visibilità ed anche pluriomicidi della cosiddetta nuova camorra organizzata ,alle quali si erano aggiunte le voci anch’esse tese ad un momento di notorietà di altri soggetti inqualificabili che portarono il numero di falsi accusatori a 13 persone che dichiaravano di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3.
L’accusa fondava i suoi elementi “ oggettivi” quando in data 17 giugno 1983 a Roma fu arrestato Tortora su di una agendina trovata nell’abitazione di un noto camorrista, Giuseppe Puca detto o’ Giappone, recante scritto a penna un nome che appariva essere, inizialmente, quello di Tortora, con a fianco un numero di telefono; il nome, a esito di una perizia calligrafica, risultò non essere quello del presentatore, bensì quello di un tale Tortona.
Nemmeno il recapito telefonico risultò appartenere al presentatore, mentre la storia dei centrini che il Pandico voleva vendete all’asta di Portobello è nota.
Dopo un primo grado con condanna e con la famosa conclusione della requisitoria del PM, in data 26 aprile 1985, Diego Marmo, il quale definì Enzo Tortora «cinico mercante di morte» ed all’avv.to Raffaele Della Valle che lo invitava a moderare i termini, rispose :- «Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra!», al che Tortora si alzò in piedi dicendo: «È un’indecenza!», e il pm chiese di procedere per oltraggio alla corte.
A tutto questo “ baccano” mediatico ed alla povera vita di Enzo Tortora che andava in frantumi, pose fine la storia umana e personale del “ Giudice Galantuomo” che seppe rileggere le carte, comprendere le versioni adulterata dei pentiti, risentirli nel processo e consentire la definizione del processo con l’assoluzione del presentatore di “ Portobello” .
Il Giudice Michele Morello affermò «Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie..
L’avv.to Raffaele Della Valle storico difensore di Enzo Tortora a “ Il Mattino di Napoli “ dichiarava di aver ritrovato la sua fiducia nella magistratura proprio dopo la pronuncia della sentenza d’appello .
“Finalmente trovai un giudice a Napoli” commentò il legale, secondo il quale la Corte di Appello di Napoli aveva stabilito “un’assoluzione ineccepibile”, riaprendo l’istruttoria e raccogliendo le testimonianze che, benché richieste più volte durante le fasi di dibattimento e indagine, mai erano state ammesse.
Originario di Teggiano, Michele Morello ricopriva una brillante carriera in magistratura, da pretore a giudice presso il Tribunale di Napoli, fino ad approdare alla Corte d’Appello. Successivamente, come procuratore aggiunto presso la Procura Circondariale e quindi concluse la sua carriera come procuratore generale a Campobasso.
Un uomo schivo, che rifuggiva i riflettori e riteneva di aver semplicemente compiuto il proprio dovere, senza mai cercare l’etichetta di “eroe”. Un esempio di rettitudine e onestà intellettuale che, come sottolineato da molti, rappresenta un valore sempre più raro. E’ un caso che della sentenza d’appello tutti ricordino Michele Morello ma non anche il Presidente di quel collegio il Giudice Antonio Rocco che condivise la decisione. Il figlio Tullio Morello ha seguito l’esempio prestigioso del padre “il Giudice Galantuomo” ed oggi è uno dei togati al Consiglio Superiore della Magistratura.
L’esempio di Michele Morello, ci fa comprendere quanto sia importante l’indipendenza del Magistrato, la sua coscienza, la sua storia personale di supporto alla dignità delle persone. Se il primo grado di quel processo Tortora con la condanna dieci anni fu il lato negativo di una medaglia, l’appello e la decisione del” Giudice Galantuomo” sciolse ogni dubbio sulla necessità del Giudice indipendente e soggetto solo alla legge per assicurare ,salvo errori umani sempre presenti, un processo giusto a tutti.
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