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Medici di famiglia, la rivolta di Napoli: «La legge Benigni è un contratto-trappola che distrugge la salute»
Venerdì il sit-in contro la riforma di Forza Italia. Il sindacato SMI lancia l'allarme: «Poche tutele e orari impossibili». Intanto la Cassazione avverte: pagare troppo poco i lavoratori è reato.

Medici

NAPOLI. Una riforma “irricevibile”, che ignora la realtà degli studi medici e rischia di spingere i professionisti verso il burnout, lasciando milioni di cittadini senza assistenza. È questo il grido d’allarme dello SMI (Sindacato Medici Italiani) Campania, che ha indetto un sit-in di protesta per venerdì 10 aprile, alle ore 15:45, in via Verdi.
La manifestazione si svolgerà in contemporanea con un convegno di Forza Italia sulla medicina del territorio, un tempismo scelto per contestare frontalmente il Progetto di Legge che vede come primo firmatario il deputato Benigni.

Il “caso” Benigni: 38 ore tra studio e Case di Comunità

Il cuore della discordia è la nuova organizzazione del lavoro, difatti la proposta prevede 20 ore settimanali in studio e 18 ore nelle Case di Comunità o strutture ASL. «Un calcolo che non sta in piedi», attacca Giovanni Senese, segretario regionale SMI Campania. «Chi ha scritto questa legge non conosce il nostro lavoro: oggi un medico di famiglia ne lavora già 40 o 50 tra visite, assistenza domiciliare e l’enorme mole di burocrazia (il cosiddetto back office)».
Secondo Senese, si tratterebbe di un rapporto di lavoro ibrido e mascherato: «Si impongono i doveri della dipendenza ma senza le tutele del contratto pubblico, come maternità, infortuni o ferie. È un sistema che disincentiva i giovani e distrugge il legame storico tra medico e paziente».

La protesta di Napoli cade in un momento giuridico storico. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 430/2026 (depositata lo scorso 17 febbraio), ha infatti ribadito che pagare i lavoratori in modo significativamente inferiore ai minimi contrattuali non è solo una lite civile, ma può diventare un reato di sfruttamento (art. 603-bis c.p.).
Il principio espresso dagli “ermellini” è chiaro: se il datore di lavoro approfitta dello stato di bisogno inteso come debolezza contrattuale o necessità economica per imporre paghe irrisorie e condizioni degradanti, si entra nell’area del penale. Un monito che sembra risuonare con forza tra i camici bianchi campani, che vedono nella proposta Benigni una forma di “sfruttamento normato” privo di garanzie fondamentali.

Lo SMI non intende arretrare. A fine marzo è partita una consultazione pubblica nazionale che ha già raccolto migliaia di adesioni: i medici chiedono di essere ascoltati prima che l’esodo dalla professione diventi irreversibile.
«Non permetteremo che si distrugga lo stato sociale privando i cittadini del loro medico», conclude Senese. Venerdì, in via Verdi, la politica dovrà fare i conti con la realtà di chi, ogni giorno, presidia la salute dei cittadini sul territorio.

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