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Marco Esposito, voce di un Sud che lotta
Marco Esposito, giornalista e candidato, difende il Sud con inchieste e impegno politico: una battaglia identitaria per il Mezzogiorno.

sud

Marco Esposito, classe 1963, è un giornalista d’inchiesta per vocazione, saggista con all’attivo libri come “Zero al Sud”, “Separiamoci”, “Fake Sud”, ma soprattutto un meridionalista “non per caso”, capace di dimostrare, nel corso degli anni, che la sollecitudine verso il territorio è per lui sintomo di un’appartenenza profonda e d’una identità imprescindibile, tanto da far diventare la difesa del Mezzogiorno la “battaglia per la vita”, come lui stesso ci dice.

Attualmente, in occasione delle prossime elezioni regionali, Esposito ha deciso di “scendere in campo”, presentandosi come candidato indipendente e capolista per la Campania in Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), ribattezzata da lui stesso #ArreVotaSud, proprio per sottolineate la priorità data al territorio.

Lo abbiamo raggiunto per un’intervista.

D. Salve. Siamo convinti che i contrasti politici e relative compagini si attivino scarsamente su basi ideologiche, raramente su trascorsi di storia politica ma frequentemente su basi territoriali, dunque riformulare la denominazione della propria azione politica con un chiaro riferimento al territorio (ArreVotaSud) rivela conoscenza ed esperienza politica. D’altro canto la sua opzione per il Mezzogiorno è nota. Anzi, nel dibattito pubblico, spesso affollato da proclami e astrazioni, la sua azione si distingue per un approccio analitico e documentale. Non indulgente in retoriche sul razzismo settentrionale, il suo meridionalismo si fonda sull’esame puntuale di norme, provvedimenti, scelte istituzionali che hanno sistematicamente penalizzato il Sud. È qui che la sua attività giornalistica si salda con l’impegno civile: ogni inchiesta è un atto di verità, ogni articolo una tessera di memoria collettiva.

Cosa manca al Sud? Cosa farebbe “concretamente” se fosse eletto?

R. “Fare rete al Sud” è prioritario. Contrastare la frammentazione che ha reso il Sud politicamente afono e culturalmente subalterno, perché solo attraverso una convergenza di intenti e di visioni è possibile invertire la rotta. Le nostre battaglie perse, le ingiustizie subite dai nostri territori sono anzitutto conseguenza dell’agire in ordine sparso (“sparpagliati”). Questo per vari motivi. In primis per ragioni oggettive: la Sicilia, ad esempio, ha una condizione istituzionale diversa dal resto del Mezzogiorno, ma non solo. Altro nodo d’intralcio è il sistema di trasporti al sud che rende difficile il collegamento tra le varie realtà meridionaliste. Ogni volta che tentiamo di coordinare un appuntamento per un confronto nasce subito il problema del “dove ci vediamo”. La carenza di collegamenti ferroviari e stradali efficienti tra le regioni del meridionali non è soltanto una questione logistica, ma incide direttamente sulla possibilità di sviluppare un pensiero condiviso, una progettualità comune e una mobilitazione coordinata. Ogni tentativo di organizzare un incontro interregionale si scontra con una difficoltà immediata e sintomatica: la scelta del luogo. Paradossalmente, la scarsa interconnessione interna rende più agevole — e spesso inevitabile — spostarsi verso città del Centro-Nord come Roma o Bologna, che, pur non appartenendo al contesto meridionale, offrono una rete di trasporti più capillare e accessibile. Questo fenomeno genera una distorsione: le istanze del Sud finiscono per essere discusse e articolate in spazi esterni al Sud stesso, con il rischio di perdere radicamento territoriale e di alimentare una dipendenza logistica e simbolica da poli che non condividono le stesse urgenze. In definitiva, l’inadeguatezza del sistema di trasporti nel Mezzogiorno non è solo un limite alla mobilità, ma un fattore che condiziona la possibilità stessa di costruire un’identità politica meridionale coesa e autonoma.

Qualche giorno fa sono stato al confine tra Campania e Puglia – peraltro confine sgarrupatissimo – per incontrare Davide Carlucci, un altro candidato meridionalista che, da sindaco di Acquaviva delle Fonti, ha creato una rete di 300 sindaci e amministratori del Mezzogiorno. Questo modello è l’ispirazione per una futura azione politica unitaria, basata sul principio che “sparpagliati ci fanno uno a uno”.

D. Qualcuno diceva: “Non siamo deboli perché disuniti ma disuniti perché deboli. Lei è d’accordo con quest’affermazione?

R. Le due cose evidentemente si alimentano una con l’altra. In effetti quello che ho detto in precedenza non è l’unico problema. La questione di un’autopercezione negativa, l’autoconvinzione di essere inferiori, di non avere una classe dirigente, sono strutture mentali indotte da una “situazione oggettivamente semicoloniale”, che ci porta a credere di essere “quelli sbagliati”.

Come se ne esce? Anzitutto bisogna capire che andare a votare è importante, in quanto significa riconoscere che il voto non è solo un diritto, ma una responsabilità civica che incide direttamente sulla qualità della democrazia e sul futuro dei territori.

Ma votare non basta: è fondamentale scegliere con lucidità chi ci rappresenta. Non servono figure che parlano del Sud solo in termini di emergenza, folklore o nostalgia. Occorrono persone che abbiano, come io dico, “la testa, il cuore, a volte anche il fegato” al Sud. La testa per comprendere le dinamiche complesse del territorio e proporre soluzioni concrete, il cuore per sentire profondamente le ferite e le speranze di una comunità spesso dimenticata, e il fegato per affrontare con coraggio le sfide, rompere gli equilibri stagnanti e difendere il Sud anche quando è scomodo farlo.

Solo chi vede il Sud non come un tema da campagna elettorale, ma come parte integrante della propria identità politica e umana, può contribuire a cambiarne le sorti.

D. A mio avviso i partiti politici non riconoscono il sud come “soggetto politico autonomo”, cioè come un elettorato fuori dalle logiche del clientelismo (o peggio!) a cui si può fare riferimento, elettorato che ha delle istanze, con cui si può interloquire e dotato di una propria visione. In genere i partiti quando finiscono in parlamento o in qualunque altra sede di governo – anche un consiglio regionale – grazie ai voti del sud, strizzando l’occhio al sistema padanocentrico, entrano in logiche di potere che li allontanano dal proprio elettorato meridionale. Questo tradimento silenzioso mina la fiducia e alimenta l’astensionismo, rendendo ancora più fragile il rapporto tra cittadini e istituzioni.

R. Tra le molteplici cause che alimentano l’astensionismo elettorale, un ruolo non trascurabile è giocato dall’influenza pervasiva dei grandi media nazionali. L’accesso agli studi televisivi – concentrati prevalentemente nelle sedi di Roma e Milano – non avviene per meriti territoriali o per volontà degli elettori, ma è spesso il frutto di una scelta strategica operata dai vertici dei partiti, in particolare dai segretari delle formazioni politiche più radicate nel panorama mediatico.

In questo contesto, il parlamentare che appare sul piccolo schermo non rappresenta tanto la voce di una comunità locale quanto l’estensione di un disegno comunicativo centralizzato. La sua visibilità non è il riflesso di un consenso popolare, bensì il risultato di una legittimazione interna al partito. Ne deriva una distanza crescente tra rappresentanti e rappresentati, dove il riconoscimento politico passa più per l’approvazione del leader che per quella degli elettori.

Inoltre le principali testate giornalistiche, i network televisivi e le piattaforme editoriali digitali hanno storicamente trovato sede e sostegno finanziario nelle aree più industrializzate e produttive del Paese. Questa concentrazione di risorse e investimenti ha contribuito a modellare l’agenda informativa nazionale secondo priorità e sensibilità che riflettono gli interessi economici di quei territori.

Non si tratta soltanto di una questione geografica, ma di una dinamica di potere che incide sulla selezione delle notizie, sulla narrazione dei fenomeni sociali e persino sulla visibilità concessa a determinate istanze politiche o culturali. Il baricentro editoriale tende così a privilegiare visioni e prospettive affini al tessuto imprenditoriale e finanziario del Nord, relegando spesso le istanze del Mezzogiorno a una marginalità sistemica.

Questa asimmetria informativa solleva interrogativi cruciali sul pluralismo e sull’equilibrio del dibattito pubblico, in un Paese che continua a confrontarsi con profonde disparità territoriali. In tal senso, il rapporto tra media e potere economico non è solo una questione di influenza, ma di rappresentanza democratica, il che provoca uno scollamento tra elettori del sud e politica nazionale.

D. Molti giornalisti hanno avuto un ruolo cruciale nel meridionalismo italiano tuttavia spesso vengono avvertiti dalla gente come l’élite asservita al potere. In passato lei ha fatto una scelta etica, per così dire, che potrebbe essere giudicata come un’auto declassamento, lasciando il lavoro da laRepubblica per passare al ilMattino. Dunque si è dimostrato l’opposto del giornalista prezzolato al servizio del potere.

Cosa pensa del ruolo del giornalista in politica e nel meridionalismo?

R. Le persone non si fidano del giornalismo perché mettono tutto in un gran calderone senza distinguere chi fa inchieste vere. La gente percepisce i media come un blocco monolitico ed è incapace di distinguere tra informazione d’inchiesta, approfondimento rigoroso e contenuti sensazionalistici o manipolati. Recuperare la fiducia del pubblico richiede, da un lato, un impegno rinnovato da parte dei media nel garantire trasparenza, qualità e verifica delle fonti; dall’altro, una maggiore alfabetizzazione mediatica, affinché i cittadini possano distinguere tra informazione e propaganda, tra giornalismo e intrattenimento travestito da notizia.

Pur evitando ogni giudizio sui colleghi, ciò che emerge con chiarezza è che, nel giornalismo come nella vita, la differenza la fa la persona. L’approccio, l’etica, la tenacia nel sostenere le proprie convinzioni sono tratti distintivi che non si improvvisano. In un contesto professionale spesso attraversato da cambi di rotta e posizionamenti tattici, rivendicare una coerenza di pensiero diventa quasi un atto controcorrente.

Chi parla, ad esempio, si riconosce in una fedeltà incrollabile alle proprie idee. Una fedeltà che si riflette anche nelle passioni più intime e popolari, come il tifo calcistico. Se il mio cuore batte per il Napoli, non c’è tempo né distanza che possa scalfire in me quell’appartenenza: neppure se si trattasse di un orizzonte lontano seimila anni. Così come il mio amore per il Mezzogiorno non è una moda del momento ma una di quelle convinzioni che non si aggiornano ma si custodiscono.

D. Dunque una coerenza frutto di scelte che prescindono dall’opportunismo del momento e che forse sono sostenute da un vissuto. Sbaglio?

R. Anch’io, come tanti meridionali, ho parenti al nord, emigrati negli anni ’60. Quando, da bambino, andavo a Milano per rivedere nonni e zii durante le vacanze di Natale, poteva capitare che giocando nel cortile con altri bambini questi mi apostrofassero con termini come “colera”. Non solo, ma gli stessi miei parenti mi dicevano che al nord c’era il lavoro, le fabbriche, una società che offriva di più rispetto a quella del sud. Tutto questo indusse un bambino di 11 anni, quale ero io, a convincersi dell’incapacità di noi meridionali. Quando, però, già adulto, ho scoperto cosa è stata l’unità italiana, la grandezza del Regno delle Due Sicilie, i nostri primati e il trattamento da colonia che l’Italia ha riservato al suo Mezzogiorno, cambiai idea.

Questa mia esperienza, però, credo sia comune a tanti meridionali: siamo cresciuti immersi in un clima culturale opaco e pervasivo, volto a indurci a percepire noi stessi come inadeguati, quasi fossimo la parte sbagliata del paese.

D. Certo è un’esperienza condivisa da molti meridionali. Oggi, poi, c’è il problema delle seconde generazioni, ragazzi nati al nord ma figli di meridionali, che spesso vivono uno smarrimento del senso di appartenenza sentendosi emarginati al nord quanto al sud. Importante in questo frangente è la presenza di una figura forte, magari un genitore, che sappia dare ai ragazzi un’identità profonda, slegata dal contesto dove si vive?

R. Sono due facce della stessa medaglia. Da un lato c’è chi sostiene che al nord si sta meglio, prende l’accento del nord, si vergogna della propria terra d’origine. Dall’altro lato c’è chi rivendica con fierezza il proprio senso di appartenenza, esaltando l’orgoglio di una terra spesso marginalizzata ma ricca di storia, cultura e dignità.”

Riguardando l’esperienza personale devo dire che il mio orgoglio meridionale è cresciuto tantissimo a Milano, perché nella “capitale morale” mi dicevano cose del tipo: “Adesso che hai visto Milano, torneresti a Napoli?”. La cosa fa ridere perché Milano è una citta limitata, sacrificata, lontana dai posti belli anche della stessa Lombardia, contrariamente chi sta a Napoli percepisce di essere immerso in un luogo meraviglioso.

 

D. Dunque, ricapitolando, il primo passo imprescindibile è la costruzione di un fronte comune, una convergenza di intenti che si traduca in un progetto politico e sociale capace di rispondere con lucidità e visione ai molteplici problemi del Sud?

R. Certo. Tra i molti problemi vorrei sottolinearne uno che si impone con urgenza crescente: la crisi demografica. Essa non è soltanto una questione statistica, ma un fenomeno strutturale che sta ridisegnando gli equilibri territoriali e sociali dell’Italia.

Oggi si assiste ad una sfida inedita, mai accaduta fino ad oggi: una competizione tra aree geografiche, in particolare tra Nord e Sud, per attrarre e trattenere le risorse umane più qualificate, le cosiddette “energie migliori”. Questa gara, già in corso, si intensificherà nei prossimi anni, alimentata da politiche che rischiano di accentuare le disuguaglianze anziché colmarle.

Se la risposta istituzionale a tale scenario dovesse consistere nell’adozione di misure come l’autonomia differenziata, le gabbie salariali o l’allocazione privilegiata di risorse ai territori economicamente già più forti, si configurerebbe un modello di sviluppo profondamente sbilanciato. Un sistema che, lungi dal risolvere le criticità, finirebbe per accelerare il declino delle aree più fragili, in primis del Mezzogiorno.

Il Sud, infatti, non può più sostenere un’emorragia demografica come quella vissuta nel secolo scorso, quando la consistenza numerica della popolazione permetteva di assorbire l’impatto migratorio. Oggi, a partire sono spesso figli unici, e ciò comporta un impoverimento irreversibile del tessuto sociale e produttivo. Il rischio non è solo lo spopolamento, ma la desertificazione umana e culturale di interi territori.

Per evitare questo scenario, è necessario ripensare il modello di coesione nazionale. L’Italia deve garantire, in ogni sua parte, servizi essenziali di pari qualità: trasporti efficienti, istruzione accessibile, sanità pubblica adeguata. Solo così si potrà restituire ai cittadini la libertà autentica di scegliere dove vivere, non più condizionata dalla necessità o dalla mancanza di opportunità. La residenza non deve essere una condanna, ma una scelta consapevole e dignitosa.

 

D. A chi giova un Sud svuotato della sua linfa vitale, delle sue generazioni più giovani e dinamiche?

R. La provocazione, che anni fa si traduceva nell’idea di trasformare il Meridione in un “vacanzificio”, cioè in un territorio destinato esclusivamente all’accoglienza turistica, rivela oggi tutta la sua miopia. Anche l’industria del turismo, per quanto trainante, non può prosperare in un contesto desertificato: ha bisogno di infrastrutture, servizi e soprattutto di persone che vi lavorino e vi vivano. Nessuno immagina Capri o Taormina abbandonate, ma il rischio è che città medie come Benevento, Cosenza o Potenza si svuotino progressivamente, perdendo non solo popolazione ma anche funzione sociale.

Non si tratta di un disegno consapevole e sofisticato di svuotamento del Sud, ma di una dinamica sistemica che si alimenta di scelte apparentemente neutre. Le università del Centro-Nord, ad esempio, osservano il calo costante degli iscritti e reagiscono con politiche di attrazione sempre più aggressive. Offrono borse di studio anticipate, incentivi economici e servizi residenziali per convincere le famiglie meridionali che iscriversi a Bologna o Milano sia più vantaggioso che restare a Salerno o Catanzaro. Racconto un episodio che non è un caso isolato, ma emblematico. Qualche tempo fa ho presentato un libro in Calabria, precisamente a Lamezia, dove una madre calabrese mi ha raccontato che, trovandosi in difficoltà economica dopo la morte del marito, ha ricevuto dalla Bocconi non solo l’azzeramento delle rette universitarie per la figlia, ma anche il rimborso di quelle già versate, pur di trattenere la studentessa in quella università. Non cercavano un talento eccezionale, ma semplicemente “una persona in più”.

Questa logica, se non contrastata, rischia di paralizzare il Sud. La mobilità intellettuale, se unidirezionale, diventa emorragia. I territori meridionali non possono permettersi di perdere i propri giovani senza alcuna compensazione. È necessario invertire la rotta, non con misure protezionistiche, ma con politiche di riequilibrio strutturale. Occorre contrastare l’autonomia differenziata e le gabbie salariali, che cristallizzano le disuguaglianze, e investire in servizi pubblici di qualità – trasporti, istruzione, sanità – affinché vivere al Sud non sia percepito come un sacrificio.

Ma non basta trattenere: bisogna anche attrarre. L’Italia meridionale deve diventare terra di opportunità per giovani provenienti da altri Paesi, dall’Ucraina alla Polonia, dal Sudamerica all’Africa. Solo così si può costruire un sistema aperto, competitivo e inclusivo. Oggi, paradossalmente, più giovani italiani si trasferiscono in Spagna che spagnoli in Italia. Questo squilibrio è il sintomo di una crisi di attrattività che va affrontata con coraggio e visione.

In definitiva, il futuro del Sud non può essere quello di un museo a cielo aperto o di una riserva turistica. Deve essere quello di un territorio vivo, capace di generare sapere, lavoro e comunità. E per farlo, serve una politica che non si limiti a gestire l’esistente, ma che sappia immaginare e costruire un’Italia più giusta e coesa.

R. Tutto questo per accaparrarsi risorse umane ma anche per drenare verso il nord risorse economiche?

D. Si, il Mezzogiorno è visto come riserva di risorse per la sopravvivenza del nord. La dinamica che si sta consolidando nel rapporto tra Nord e Sud Italia non si limita alla mobilità delle risorse umane, ma si configura sempre più come un vero e proprio drenaggio economico e sociale. Il trasferimento di giovani meridionali verso le città del Centro-Nord – per motivi di studio o lavoro – non è un fenomeno neutro: esso comporta un impatto diretto sulle famiglie di origine, che spesso sostengono economicamente i figli nella fase di transizione, contribuendo indirettamente al rafforzamento dei territori di destinazione. In questo modo, il Sud non solo perde capitale umano, ma finanzia, paradossalmente, il proprio stesso indebolimento.

È in questo contesto che si invoca la necessità di una “rivoluzione”, non solo politica ma anche culturale, capace di invertire una tendenza che rischia di diventare irreversibile. Pensare che si tratti di una dinamica storica, già vista in passato, è un errore di prospettiva. Oggi ci troviamo di fronte a una situazione radicalmente nuova: il Sud sta esaurendo le sue ultime risorse vitali. I dati demografici sono impietosi. Se negli anni Settanta si contavano circa un milione di giovani per generazione, oggi le nascite si attestano intorno alle 350.000 unità. Questo calo non è solo numerico, ma strutturale: non è più possibile compensare l’emigrazione con una base demografica ampia, come avveniva in passato.

In tale scenario, la logica predatoria che spinge alcune regioni a “reclutare” giovani dal Salento, dalla Calabria o dalla Basilicata per sostenere il proprio sistema produttivo e di servizi – sanità, istruzione, pubblica sicurezza – rischia di accelerare il collasso del Mezzogiorno. Se il Sud si svuota, non rimarranno più medici, infermieri, insegnanti, né cittadini in grado di sostenere la vita comunitaria. Il rischio non è solo lo spopolamento, ma la disintegrazione funzionale di interi territori.

A peggiorare il quadro contribuisce il retaggio di una narrazione distorta, che dipinge il Sud come arretrato, improduttivo, culturalmente inferiore. Questa visione, figlia di una mentalità coloniale interiorizzata, continua a influenzare le scelte politiche e sociali, giustificando l’asimmetria nei diritti e nei servizi. È necessario decostruire questa narrazione e sostituirla con una visione fondata sulla dignità, sull’equità e sulla valorizzazione delle specificità territoriali.

La sfida, dunque, non è solo quella di trattenere i giovani, ma di costruire un sistema nazionale che non si regga sull’impoverimento di una parte per il beneficio dell’altra. Occorre un progetto di coesione che restituisca al Sud la possibilità di essere protagonista, non solo fornitore di risorse. E per farlo, serve una rivoluzione: culturale, politica, istituzionale.

Grazie a Marco Esposito

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