La trappola del “Salario Giusto”: come Meloni e i sindacati svuotano le buste paga.
Il provvedimento varato dal governo Meloni non è solo una manovra economica insufficiente, ma rappresenta una doppia lesione ai diritti del lavoro, colpendo al cuore i principi costituzionali e incentivando un sistema che condanna i lavoratori alla precarietà e all’indigenza. Mentre la propaganda istituzionale parla di “salario giusto”, la realtà dei numeri racconta una storia opposta: una truffa ai danni dei lavoratori che non vedranno un solo centesimo di stanziamento diretto, mentre le imprese si vedranno recapitare un regalo da circa un miliardo di euro distribuito su tre anni.
Il cuore finanziario del decreto è costituito infatti dalle esenzioni contributive per chi assume giovani e lavoratori nel Mezzogiorno. Si tratta di un meccanismo perverso: i soldi donati alle imprese sono, di fatto, sottratti ai fondi INPS, in questo modo, sono i lavoratori stessi a finanziare i propri datori di lavoro, pagando con la futura fragilità del sistema previdenziale i benefici immediati delle aziende.
Non è un sostegno al lavoro, ma un trasferimento di ricchezza dai lavoratori al capitale.
La lesione più grave avviene però sul piano del diritto: l‘articolo 36 della Costituzione è chiaro: la retribuzione deve garantire un’esistenza libera e dignitosa. Su questo pilastro si sono fondate storiche sentenze della magistratura che hanno annullato contratti “da fame” (anche sotto i 4 euro l’ora), nonostante fossero stati firmati dai sindacati confederali. Il Governo Meloni, con un colpo di mano interpretativo, ha ribaltato questo principio: ora, se un contratto è firmato dai sindacati “comparativamente più rappresentativi” (CGIL, CISL e UIL), esso viene considerato automaticamente come “equa retribuzione”. In un colpo solo, si svuota il potere di controllo della magistratura e si blinda un sistema di bassi salari, elevando gli accordi sindacali al rango di norma costituzionale, anche quando questi non garantiscono una vita dignitosa.
Il decreto introduce poi una beffa ulteriore riguardo ai rinnovi contrattuali: se un contratto scade e non viene rinnovato per oltre dodici mesi, le imprese sono tenute a pagare un’indennità pari ad appena il 30% della rivalutazione IPCA (l’indice dell’inflazione, già depurato dei costi energetici per volontà degli stessi sindacati).Questa norma si trasforma in un paradossale incentivo all’immobilismo: per le aziende diventa conveniente non firmare il rinnovo, poiché l’indennità da pagare è meno di un terzo di quanto dovuto per il recupero dell’inflazione. Più si allunga il tempo della vacanza contrattuale, meno l’impresa spende. È la pietra tombale sulla pressione contrattuale.
Dati ISTAT confermano il dramma: dal 2021 l’inflazione ha mangiato oltre il 7% del potere d’acquisto, quasi un mese di stipendio all’anno. Eppure, il Governo e i sindacati complici continuano sulla strada della moderazione salariale difatti anche lo Stato, come datore di lavoro, dà il cattivo esempio: nella sanità pubblica si offrono aumenti del 6% a fronte di perdite del 12%.
Per uscire da questa catastrofe sociale, la ricetta non può essere quella del moderatismo. Serve una rottura netta: un salario minimo di almeno 12 euro l’ora, il ripristino della scala mobile per proteggere automaticamente le paghe dall’inflazione, una retribuzione effettiva garantita di almeno 2000 euro netti al mese.
Senza una vera rottura sociale contro la concertazione sindacale e contro le politiche di questo Governo, il destino dei lavoratori italiani sarà un continuo sprofondare verso il basso. Questo è l’unico messaggio possibile che deve levarsi oggi: la festa è finita, è tempo di riprenderci il salario.
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