La trappola del linguaggio: perché confondere “israeliano” ed “ebraico” danneggia la causa palestinese
ANALISI. Quante volte nel dibattito pubblico contemporaneo, tra podcast, libri, interviste televisive ascoltiamo più o meno attenti le parole di politici, esperti e chicchessia. Queste parole alle quali spesso prestiamo un’attenzione superficiale, va specificato, non sono però mai neutre.
Spesso, infatti, assistiamo a uno slittamento semantico pericoloso, tra questi c’è sicuramente la discussione concernente la distinzione tra “lobby israeliana” e “lobby ebraica”.
Non si tratta di una sottigliezza terminologica, ma di un confine politico e morale che, se oltrepassato, rischia di inquinare la critica legittima agli Stati con il pregiudizio verso le identità collettive.
Storicamente, il termine “Lobby israeliana” ha identificato strutture, alleanze e interessi politici legati a uno Stato e alle sue scelte di governo.
Al contrario, l’espressione “Lobby ebraica” richiama un’identità religiosa e culturale plurale che non può essere ridotta a un unico progetto politico, confondere i due piani significa collassare la differenza tra la critica alle politiche di Israele e il sospetto generalizzato verso una comunità globale.
Questo slittamento viene alimentato da due fattori opposti ma convergenti innanzitutto attraverso movimenti di protesta e circuiti informali che, pur mossi da una legittima indignazione per la violenza, talvolta reintroducono cornici ideologiche antiche in cui religione e politica si fondono.
In seconda istanza vi sono le definizioni istituzionali: paradossalmente, anche strumenti come la definizione di antisemitismo dell’IHRA hanno talvolta favorito questa sovrapposizione, rendendo più difficile distinguere tra l’ostilità verso gli ebrei in quanto tali e la critica alle azioni di uno Stato.
Per il popolo palestinese, questa perdita di precisione linguistica è estremamente dannosa, sappiamo che la loro è una lotta per i diritti umani, l’autodeterminazione e la fine dell’occupazione. Di conseguenza quando il linguaggio confonde “ebraico” con “israeliano”, la natura politica di questa lotta viene distorta, esponendo i palestinesi a facili accuse di antisemitismo e delegittimando le loro istanze.
Peggio ancora, un linguaggio impreciso rischia di attrarre verso la causa palestinese attori mossi non da un impegno per la giustizia, ma da un’atavica ostilità verso gli ebrei. Questo non rafforza la critica: la indebolisce, rendendo impossibile costruire alleanze solide con quelle voci ebraiche che si oppongono fermamente alle politiche coloniali e di occupazione.
Mantenere la distinzione tra Stato, ideologia e identità non diviene così un atto di prudenza diplomatica, ma una condizione strategica essenziale. Come osserva Gideon Levy, la chiusura identitaria della società israeliana, che vede sicurezza e sovranità come un unico blocco, non deve spingere chi osserva dall’esterno a cadere nello stesso errore di prospettiva.
Sostenere una posizione moralmente coerente significa denunciare apartheid, occupazione e violenza senza scivolare nella logica della colpa collettiva.
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