La genesi musicale nella tradizione identitaria del Sud: riti, popoli e memorie arcaiche
La quotidianità della gente comune crea nel tempo la storia di un popolo, l'arte musicale spesso è il tramite ed il mezzo che la tramanda fino ai giorni nostri.
La genesi musicale – Osci
Si suppone che la musica sia nata per il bisogno dell’essere umano di esprimere ed esternare i propri sentimenti e anche come funzione comunicativa di eventi eclatanti che richiedessero una maggiore attenzione da parte della comunità.
In queste pagine si cercherà di spiegare l’evoluzione, la cultura, i riti e le feste che appartenevano ai popoli che ci hanno preceduto e che hanno vissuto in tempi remoti nel sud Italia, portandoci le loro influenze socio-culturali, e nello specifico vedremo come si è formata la nostra cultura e tradizione musicale.
Gli Osci, popolazione italica che nel V sec. a.C., ha popolato la Campania, entroterra del Golfo di Napoli, coste di Cuma, Pompei, Ercolano e l’isola di Vivara spingendosi fino all’attuale Calabria, nel VI sec. a.C. Alife e Atella. La lingua parlata dagli Osci era utilizzata da varie popolazioni che andavano dalla Maiella al golfo di Taranto, in Lucania, nel Bruzio ed a Messina attraverso i Mamertini. Tutto questo dimostra un’affinità socio-culturale che legava queste popolazioni che collaboravano negli scambi commerciali. Ancora oggi alcune parole della lingua osca le troviamo in alcuni termini dialettali come “Futo” (profondo). L’arte osca ha lasciato poche tracce scritte in quanto allora si era poco propensi a lasciare testimonianze artistiche. Possiamo ricordare grazie a prove scritte che una rappresentazione teatrale in lingua osca fu rappresentata a Roma nel 391 a.C. chiamata Fabulae Atellanae, dove c’erano quattro personaggi fissi (lo sciocco Maccus, il vecchio avaro Pappus, il ghiottone e maleducato Bucco e il gobbo Dossennus) e in più kikirrus in costume animalesco, forse era l’antenato del Pulcinella napoletano. Musicalmente l’unica cosa certa è uno strumento particolare chiamato Tufa o Tòfa (tromba), che altro non era che una grande conchiglia adoperata come strumento di richiamo per annunciare l’inizio ed il termine della giornata lavorativa. Apparteneva al gruppo degli strumenti a fiato, simile ad un corno dal suono grave e profondo.
Questo grande popolo di lavoratori e di studiosi con la sua lingua, che riuscì a diffondere anche ad altri popoli, fondò le basi della lingua napoletana e molto probabilmente anche di quella italiana visto che alcuni suffissi lessicali della lingua nazionale sono identici alla lingua osca. Molto probabilmente questo popolo era di formazione matriarcale, lo si suppone perchè avevano un grande culto per la divinità Mater Matuta. Le Matres Matutae sono statue in tufo risalenti al periodo che va dal VI al II secolo a.C., tra le più antiche sculture precristiane che dimostrano quanto era fiorente e curata l’arte della scultura nei tempi antichi nella Campania Felix.
Nel 1845 durante dei lavori di scavo per motivi agricoli svolti dal Sig. Patturelli, in un campo di sua proprietà sito nell’antica Capua in località Petrara, vennero alla luce i resti di un antico luogo di culto. Grazie ad accurati scavi e ricerche svolti negli anni che vanno dal 1873 fino al 1887 furono rinvenute oltre 150 statue in tufo, che rappresentano delle madri sedute con in braccio dei bambini in fasce, una sola non ha bambini, e non è seduta e mantiene nelle mani una colomba e nell’altra una melagrana (simboli di pace e fecondità). Grazie ad alcuni fregi architettonici e iscrizioni in lingua osca si è compreso che la divinità fosse una statua diversa delle altre, in quanto le matres con i bambini erano ex voto donati alla dea per ringraziarla, o per chiedere una grazia. La Mater Matuta era la dea che tutelava la maternità e la fecondità, per cui il popolo del luogo era molto devoto ad essa in effetti si sa che i primi culti erano dedicati alla Madre Terra e che la maggior parte delle divinità fossero donne.
Attualmente l’intera collezione di queste 150 stupende statue è collocata nel Museo provinciale di Capua (CE) sono considerate dai critici d’arte come una delle prime espressioni creative dell’uomo. Per completezza di informazione va detto che ne esistono anche alcune altre trafugate in periodo di guerra dai tedeschi in ritirata, che si trovano nei musei di Berlino e di Copenaghen (un altro paio sono finite nella Foresta Vergine).
Oggi l’importanza di queste opere d’arte e di storia millenaria è quasi dimenticata ed è per questo motivo che volli mettere in musica dei versi che parlassero di questa straordinaria parte della nostra storia di origine.
(Lello Traisci)
Foto copyright di Lello Traisci
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