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La fragilità condivisa
Nelle case di cura investe aspetti psicologici, sociali e relazionali

La fragilità condivisa nelle case di cura: non riguarda solo l’ospite ma coinvolge un intero ecosistema.

L’ottimale sarebbe trasformare la “casa di cura” da un luogo di isolamento a un luogo di vita condivisa, riducendo la “povertà relazionale” e valorizzando la persona.

La fragilità in queste strutture si configura come un “ecosistema” in cui la vulnerabilità dell’ospite è condivisa da caregiver familiari, operatori sanitari, infermieri, personale addetto alle pulizie, terapisti, cuochi, psicologi e direttori.

Non riguarda solo la salute fisica, ma investe aspetti psicologici, sociali e relazionali, rendendo la cura un progetto collettivo piuttosto che un semplice intervento tecnico.

La cura è, prima di tutto, una forma di relazione umana, in cui la vulnerabilità risiede non solo in chi la riceve, ma anche in chi la offre. La cura è faticosa, estenuante e richiede un prezzo.

Questo equilibrio tra cura e stanchezza, tenerezza e routine, è ciò che sostiene la vita quotidiana di questi centri.

Il residente medio di queste strutture ha un elevato livello di dipendenza funzionale e cognitiva, con un carico sanitario significativo quindi di un’assistenza sanitaria spesso continua.

La fragilità non è solo fisica o cognitiva, ma è innanzitutto identitaria. L’ingresso in struttura rappresenta un taglio netto con la propria biografia, con i propri spazi storici e con la propria indipendenza.

Al di là di questo dato di fatto, vorrei spostare il focus sulla fragilità, da un approccio puramente biomedico a un approccio bio-psico-sociale. (modello Ballesol),

Il Modello Ballesol è un approccio di assistenza geriatrica incentrato sulla persona, sviluppato dall’omonima catena spagnola di residenze per anziani, che permette di identificare la fragilità precocemente, prima che diventi disabilità.

Si basa su un modello di attenzione integrale e personalizzato, volto a garantire l’accompagnamento, la cura e il benessere dei residenti.

La priorità è sempre quella di mettere le persone al centro dell’assistenza.

Penso sempre che un giorno potrei essere io quella persona.

Per questo, oso pensare; solo da questa prospettiva, e mettendomi nei panni degli ospiti e delle loro famiglie: “dobbiamo migliorarle”.

Nella mia esperienza personale con un vecchietto ex clochard provo a volte un senso di colpa.

Quando vado a trovarlo lo vedo spento e mi chiedo: “era meglio la libertà della strada o questa situazione?”

Ma poi si accende e ritorna a sorridere quando usciamo dalla struttura, rivede i posti dell’infanzia e incontra qualcuno che gli ricorda… che esiste.

Mi solleva anche pensare che senza la struttura, probabilmente quel vecchietto oggi non avrebbe le forze o la salute per fare quelle passeggiate con me.

Allargando il raggio si traggono delle considerazioni: la struttura garantisce la sussistenza biologica, quello che manca, è chi garantisci la sussistenza biografica?

Qualcuno che sia “la finestra sul mondo”, che impedisca alla protezione di trasformarsi in oblio.

Come? Portare periodicamente gli ospiti di queste strutture fuori a vedere i loro posti, in cui hanno vissuto.

Provare l’’ebrezza di rivivere momenti passati restituisce agli ospiti tre elementi che la struttura inevitabilmente riduce:

  • La stimolazione emotiva profonda: Rivedere la propria via, la piazza del mercato o la facciata della propria scuola riattiva circuiti cerebrali legati alle emozioni positive, che spesso rimangono spenti nella routine della casa di cura.
  • La riattivazione dell’identità: L’anziano smette di essere il “paziente del posto letto X” e torna a essere il cittadino, il lavoratore, il padre o la madre che ha vissuto in quel quartiere.
  • Il senso di continuità: Il viaggio accorcia la distanza tra la vita libera e la struttura, facendo sentire l’ospite ancora parte del mondo reale.

La mia non è solo un’idea generosa, mi auguro diventi un vero e proprio progetto di terapia biografica e sociale.

“L’ebbrezza di rivivere momenti passati” si chiama, in termini scientifici, terapia della reminiscenza nei luoghi di vita, ed è uno degli strumenti più potenti per contrastare la depressione da istituzionalizzazione e il declino cognitivo.

Un abbraccio forte… a chi sostiene ciò che è fragile.

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