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La canzone napoletana classica candidata a diventare bene UNESCO
E’ molto più di una melodia: è un vero e proprio archivio storico e sociale

La canzone classica napoletana è ufficialmente candidata a diventare Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO.

E’ molto più di una melodia: è un vero e proprio archivio storico e sociale.

Il canto napoletano è una forma d’arte che incarna il cuore e l’anima del popolo partenopeo e che l’UNESCO riconosce tramite il napoletano come lingua autonoma.

Sostenuto dal Ministero della Cultura, il percorso per il riconoscimento globale è stato lanciato all’Arena di Verona con una grande serata celebrativa trasmessa in mondovisione.

La canzone napoletana non è semplicemente un genere musicale, ma un codice genetico transgenerazionale che da secoli viaggia nelle stive delle navi degli emigranti, riempie i teatri d’opera e risuona nei vicoli scavati nel tufo.

la-canzone-classica-napoletana-verso-l-unesco-candidatura-ufficiale-e-18337-1780684291306-300x188 La canzone napoletana classica candidata a diventare bene UNESCO

Oggi, la Canzone Napoletana classica, quel corpus immenso nato a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, non chiede più soltanto l’applauso del pubblico planetario, ma il riconoscimento formale della sua eternità.

Il percorso per l’inserimento nella lista del Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’Unesco è entrato nella sua fase decisiva, sostenuto da un comitato promotore, dalle istituzioni locali e, soprattutto, da un sentimento popolare che vede in questa candidatura un atto di giustizia culturale dovuto.

Se la dieta mediterranea è il corpo e l’arte del pizzaiuolo napoletano è il gesto, la canzone è il respiro di questa terra.

Ma cosa rende una serenata o un canto di giubilo un patrimonio che appartiene a tutta l’umanità?

Per capire il peso specifico di questa candidatura bisogna riavvolgere il nastro della storia.

La canzone napoletana non nasce per caso e non nasce dal nulla.

Affonda le sue radici nei canti di lavoro, nelle villanelle del Cinquecento, ma trova la sua “età dell’oro” a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

Il motore d’inizio fu la Festa di Piedigrotta, una competizione in cui poeti del calibro di Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Ferdinando Russo, ed Ernesto Murolo univano le loro parole alle note di compositori geniali come Eduardo Di Capua, Francesco Paolo Tosti o E.A. Mario pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta).

«La canzone napoletana ha fatto per la lingua e la cultura italiana all’estero più di cento istituti di cultura messi insieme», ripeteva spesso il maestro Roberto De Simone.

Quando Enrico Caruso, all’inizio del Ventesimo secolo, incise i primi dischi a 78 giri per la Victor Talking Machine Company, portò con sé proprio quel repertorio.

La voce del tenore italiano e la melodia partenopea si fusero nell’immaginario collettivo globale: Napoli diventò la capitale mondiale del sentimento.

Quelle che venivano stampate sui “cuppoloni”, foglietti volanti di carta economica venduti per pochi centesimi per le strade di Napoli, nel giro di pochi mesi diventavano spartiti eseguiti nei salotti di Parigi, Londra e New York. ‘O sole mio, scritta nel 1898 non a Napoli ma a Odessa da Eduardo Di Capua, è diventata l’inno universale della nostalgia e della bellezza, seconda per diffusione planetaria forse solo a Happy Birthday.

L’Unesco non protegge le cose morte o i cimeli da museo.

La lista del Patrimonio Immateriale tutela le tradizioni vive, i saperi tramandati oralmente, le pratiche sociali che definiscono l’identità di una comunità e che rischiano di scomparire sotto i colpi dell’omologazione globale.

La candidatura della Canzone Napoletana risponde perfettamente a questi rigidi criteri attraverso tre pilastri fondamentali:

  • A Napoli la canzone classica non si impara solo a scuola o nei conservatori. Si impara nelle case, ascoltando i nonni, per le strade, nelle feste di quartiere. È un patrimonio orale che i giovani continuano a reinterpretare, contaminandola oggi con il rap, il jazz e l’elettronica.
  • Il napoletano non è un dialetto, ma una lingua riconosciuta dall’Unesco stessa. La canzone classica rappresenta l’apice poetico di questa lingua, capace di esprimere sfumature emotive, come la pucundria (quella malinconia profonda e sottile) o la speranza, che non trovano una traduzione esatta in nessun altro idioma.
  • La canzone a Napoli ha sempre annullato le distanze sociali. Il nobile nei palazzi di Chiaia e il popolano nei quartieri spagnoli cantavano le stesse melodie. Ancora oggi, è uno strumento di riscatto sociale per i ragazzi delle periferie, una via di fuga e un’opportunità di espressione.

Il lavoro dietro alla stesura del dossier di candidatura è imponente.

Non si tratta solo di elencare capolavori come Torna a Surriento, Era de maggio o Core ‘ngrato.

La sfida culturale ed economica consiste nel dimostrare che esiste una comunità attiva che custodisce questo patrimonio e lo mantiene vivo.

La nascita della Mediateca della Canzone Napoletana e la valorizzazione di luoghi simbolo, come il Museo della Canzone Napoletana, sono i tasselli concreti che dimostrano all’Unesco la volontà politica e sociale di proteggere questo immenso patrimonio immateriale.

C’è poi un tema di stretta attualità.

Napoli sta vivendo una nuova, fragorosa primavera culturale.

Il turismo di massa ha riempito il centro storico e la musica napoletana contemporanea domina le classifiche di streaming nazionali.

In questo contesto, il sigillo Unesco sulla canzone classica non sarebbe un’operazione nostalgia, ma uno scudo per evitare che l’identità profonda della città venga svenduta o ridotta a macchietta turistica per il consumo rapido.

Proteggere la canzone classica significa proteggere lo standard qualitativo della cultura partenopea.

Non si può comprendere l’impatto globale di questa musica senza legarlo al dramma e alla poesia dell’emigrazione italiana a cavallo tra i due secoli.

Per milioni di italiani che lasciavano il porto di Napoli diretti verso le Americhe, quelle canzoni erano il cordone ombelicale con la terra madre.

Brani come Lacreme napulitane raccontavano il dolore del distacco, la durezza del lavoro in terra straniera e la dignità di un popolo.

Allo stesso tempo, la struttura musicale della canzone napoletana, che fonde la tradizione colta del melodramma e dell’opera buffa settecentesca con le melodie popolari mediterranee, l’ha resa un linguaggio universale.

È stata cantata da Elvis Presley, da Frank Sinatra, da Ray Charles, fino alle interpretazioni monumentali di Placido Domingo, José Carreras e Luciano Pavarotti nei concerti dei Tre Tenori.

La candidatura all’Unesco è dunque l’epilogo naturale di un viaggio durato secoli.

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Aspettiamo allora questo verdetto, con la certezza che, al di là di ogni bollino ufficiale, finché nel mondo ci sarà un’anima che osserva il mare cantando d’amore e di nostalgia, la canzone napoletana rimarrà per sua stessa essenza patrimonio eterno dell’umanità.

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