Influenze artistico – culturali degli Angioini e degli Aragonesi nel nostro territorio.
La musicaccia oggi ci parla dell'importanza che hanno avuto gli Angioini e gli Aragonesi nell'Italia meridionale sia a livello artistico ma anche a livello sociale e culturale.
Il periodo angioino-aragonese musicalmente, nell’attuale Italia meridionale non lascia grandi testimonianze anche perché, dopo 90 anni di guerre tra loro, gli artisti locali ed i famosi girovaghi (trovieri) non riuscirono (almeno per quel poco che siamo riusciti a reperire) a lasciarci opere scritte o tramandate oralmente.
L’unica nota importante da citare riguarda un artista francese che venne in Sicilia e poi a Napoli grazie a Carlo I d’Angiò, Adam de la Halle. Questo artista era molto apprezzato da Carlo I d’Angiò tanto che lo portava con sé dovunque andasse, scrisse per lui una chanson de geste intitolata: “Le roi di Sicilie”, rimasta incompiuta forse a causa della cacciata di Carlo I da parte del popolo siciliano, episodio divenuto celebre con il nome di Vespri Siciliani.
Carlo I si stabilì dunque a Napoli dando vita alla corte Angioina nel 1275, proprio alla corte di Napoli, Adam scrisse l’opera teatrale profana destinata a diventare il suo lavoro più famoso: “Le jeu de Robin et Marion”. Molto importanti sono anche alcune sue canzoni, rondeau e mottetti, questi ultimi sono stati influenti nel carattere di alcune composizioni di musica e canto popolare del sud Italia. Degno di nota è il fatto che durante il periodo Angioino (1266 – 1441) nella musica popolare nostrana si posero le basi per comporre testi che narravano di avvenimenti e scandali politici.
Dal 1441 al 1501 con gli Aragonesi la lingua napoletana venne introdotta ufficialmente a corte, provocando il fiorire della poesia popolare e la vocazione al canto, ed a ogni occasione come feste, ricorrenze e rituali di qualsiasi genere, il popolo coglieva l’occasione per riunirsi ed intonare canti, ballate, tammurriate, sonetti, strambotti accompagnati da liuti, calascioni e tammorre.
Ciò nonostante c’è da dire che a noi sono arrivate poche testimonianze artistiche di quel periodo. Tra XVI e XVII sec. l’ Italia risultava essere in buona parte nelle mani della Spagna, che esercitò per oltre un secolo e mezzo, il dominio diretto su tutta l’Italia meridionale ed insulare, sul Ducato di Milano e sullo Stato dei Presidi nel sud della Toscana. Durante la dominazione spagnola la musica e le altre forme d’arte ebbero una espansione ed un’evoluzione notevole. E’ dal 500 che cominciamo a trovare partiture che ci tramandano musica per strumenti che accompagnano voci.
L’uso degli strumenti assume maggiore importanza, rispetto alla musica dei periodi precedenti dove le composizioni erano state prevalentemente vocali e gli strumenti si erano al massimo limitati a “raddoppiare” le voci, cioè a ripetere le stesse note.
Il ‘500 conosce già sotto vari nomi, strumenti a tastiera che suonano per mezzo di corde pizzicate come il clavicembalo, o percosse come il clavicordo, ma gli strumenti più adoperati erano l’organo ed il liuto.
C’è da ricordare anche la Viella, progenitrice del violino, a cinque corde sfregate da un arco rudimentale. In questo periodo si afferma un genere musicale chiamato “Frottola” che è prettamente popolare.
La frottola consiste in una breve composizione composta da poche voci dove quella con tonalità più alta è la principale composta da testi semplici che trattano argomenti quotidiani, divertenti cantati anche in dialetto. Molto probabilmente questo genere nel nostro meridione è il progenitore dei nostri canti popolari come i canti dei lavoratori ed i canti a dispetto.
Un altro stile musicale del periodo fu il Madrigale, musica polifonica raffinata con testi ed argomenti seri e drammatici con scrittura polifonica complessa. Essi sono firmati da poeti famosi come Petrarca, Ariosto, Bembo, Tasso, Guarini, Marino. I madrigali avevano uno stretto rapporto tra testo e musica, ovvero volevano usare la musica come se fossero parole. Compositori che ebbero maggiore successo furono Luca Marenzio, Carlo Gesualdo da Venosa e Claudio Monteverdi, ma nonostante tutto vedremo che questo genere avrà il suo successo nel 600.
Un diverso stile popolare nasce a Napoli in questo periodo è la villanella. Questo genere si presenta come motivo agreste a più voci, improvvisato come negli stornelli, giocose cantilene, satiriche o patetiche.
La villanella diede spunto a notevoli musicisti del tempo, come Giulio Caccini e Claudio Monteverdi per scrivere delle composizioni di musica polifonica (ecco la prova che la musica popolare è indiscutibilmente la madre di tutti i generi musicali).
Nel 1502 quando Napoli diventa vicereame, la lingua nazionale cambia, ma il dialetto si fortifica, Piazza Castello diventa il centro musicale di questa città, e dove poeti e musicisti si riunivano per comporre villanelle che il popolo faceva sue e cantava per le strade e nelle feste popolari. Poeti, cantori oltre che abili musicisti, partecipavano a feste e balli popolari ed erano molto apprezzati ovunque.
E’ in questo periodo che a Napoli si afferma la Posteggia, che con l’andare del tempo divenne un vero e proprio lavoro. Alcuni noti posteggiatori furono:
Masto Roggiero, Cumpà Junno, Muchio, Mase, Ciullo ‘o surrentino, Sbruffapappa il più geniale artista del tempo, lo Cecato de Potenza. Tra i brani di musica popolare del 1500 giunti a noi troviamo: Cicerenella, No police (B. Donati), Comme da lo molino (N. Piccinni).
(Lello Traisci)
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