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Il dolore non ha prezzo
La forza di mamma Patrizia contro le offese

Il dolore non ha prezzo: la forza di mamma Patrizia contro le offese e la speculazione sul lutto.
​Esistono tragedie di fronte alle quali il linguaggio umano si scopre improvvisamente povero, insufficiente, quasi smarrito.
La perdita di un figlio è una di queste.

Una ferita che scompagina l’ordine naturale delle cose, lacerando la trama dell’esistenza in modo irreversibile.
Quando poi a perdere la vita è un bambino di soli due anni, strappato all’affetto dei suoi cari nel luogo che avrebbe dovuto rappresentare la sua salvezza, la corsia di un ospedale, non ci sono parole
La sofferenza cessa di essere una vicenda privata e diventa una voragine capace di inghiottire ogni logica.
​È la tragedia che sta vivendo mamma Patrizia, una donna il cui cuore è stato spezzato dall’assenza ingiustificabile del piccolo Domenico.
Eppure, come se la devastazione di un lutto così innaturale non fosse sufficiente, alla sofferenza lacerante della famiglia si è aggiunta, negli ultimi giorni, la piaga strisciante del giudizio altrui.
Di fronte alle notizie di cronaca legate all’accordo risarcitorio raggiunto in sede civile, un’ondata di commenti superficiali, conditi da veleno e malafede, ha travolto i social network e le discussioni pubbliche.
C’è chi ha puntato il dito, parlando con sconcertante leggerezza di soddisfazione economica, chi ha azzardato insinuazioni sulla liquidazione di una vita umana, chi si è insomma eretto a giudice morale senza avere la minima cognizione di causa.
​A questa marea di speculazioni e offese ingiuste, mamma Patrizia ha risposto con la forza titanica e dignitosa che solo un dolore assoluto sa infondere: “Il dolore non ha prezzo”.
Una frase semplice, scolpita nella pietra della verità, che smonta pezzo per pezzo ogni malignità e restituisce la corretta prospettiva a una vicenda che non ha mai riguardato il denaro, ma la sopravvivenza emotiva di una famiglia distrutta.
​Per comprendere la posizione di Patrizia e la natura di quell’accordo civile, occorre innanzitutto liberare il campo dagli equivoci semantici e dalle scorciatoie mentali.
Nei resoconti giudiziari si legge spesso la parola congruo.
L’assegno stabilito è stato definito congruo.
Ma cosa significa questa parola per chi ha perso il sorriso di un bambino di due anni?
​”Congruo” è un termine burocratico, un’etichetta tecnica utilizzata nei tribunali per quantificare ciò che, per sua natura, è inquantificabile.
Per la legge, le tabelle di risarcimento servono a misurare il danno morale e materiale; per una madre, però, nessuna cifra sulla terra potrà mai essere definita “congrua” per la morte di un figlio.
Pensare che una somma di denaro possa colmare il vuoto lasciato da un paio di scarpine rosse che non cammineranno più, o dal silenzio che ora regna nella cameretta di Domenico, significa non aver capito nulla della natura umana.
​L’accordo economico raggiunto non è un “colpo di spugna”, né rappresenta la compravendita del silenzio della famiglia.
Nessun assegno cancella il dramma di quel trapianto finito in tragedia, né estingue la memoria del sofferto percorso medico del piccolo.
La decisione di accettare il risarcimento in sede civile ha risposto a una sola, drammatica esigenza: evitare un ulteriore strazio psicologico.
Affrontare anni di cause civili, con perizie, contro-perizie, udienze farraginose e l’inevitabile mercanteggiamento sul valore di una vita, avrebbe significato sottoporre Patrizia e i suoi cari a una tortura quotidiana.

Significava riaprire la piaga ogni mattina in un’aula di tribunale per il solo gusto di un contenzioso infinito.
Chi accusa la famiglia di aver ceduto al denaro ignora quale sforzo immane serva per proteggere ciò che resta di una casa devastata dal lutto.
Scegliere di chiudere il capitolo civile è stato un atto di tutela della propria salute mentale, la decisione sofferta di risparmiare alla famiglia una scellerata passerella giudiziaria che avrebbe solo prolungato l’agonia.
​È necessario guardare in faccia la rabbia e l’indignazione suscitata dai commenti di chi, al riparo di uno schermo o con la spocchia dell’opinionista da bar, si è permesso di giudicare.
A chi accusa la famiglia di aver cercato una compensazione economica, va ricordata una verità fondamentale.

L’amore di un figlio è un legame unico, assoluto, metafisico, che non possiede e non avrà mai un corrispettivo monetario.
​Gli odiatori seriali e i commentatori della domenica confondono il diritto con la morale, la tutela legale con il cinismo.
Non sanno che il risarcimento civile è uno strumento previsto dall’ordinamento per riconoscere la responsabilità oggettiva delle strutture e degli enti, non un prezzo di vendita per la vita di un bambino.
Quei soldi non ridaranno Domenico a sua madre.
Non riporteranno il suo profumo, le sue risate, i suoi abbracci.
Ogni singolo euro di quel risarcimento porta con sé il peso insopportabile di un’assenza, ricordando ogni giorno cosa è stato tolto a questa famiglia.
​Giudicare da fuori, senza aver mai provato la sensazione di smarrimento che si prova di fronte alla bara di un figlio, è un atto di codardia intellettuale e umana.
Mamma Patrizia non deve giustificarsi con nessuno.
Le sue lacrime non si comprano e la sua dignità non si svende.
Chiunque insinui il contrario sta semplicemente proiettando la propria miseria morale su una tragedia che meriterebbe soltanto un silenzioso e rispettoso cordoglio.
C’è un altro punto fondamentale che gli accusatori ignorano totalmente: l’accordo economico in sede civile non mette la parola fine alla vicenda giudiziaria e non insabbia la verità.
​I reati non si estinguono con un assegno.
La giustizia penale farà il suo corso ed è lì, nelle aule dedicate all’accertamento delle responsabilità individuali, che si combatterà la vera battaglia per Domenico.
Il processo penale proseguirà per fare piena luce sulle colpe dei medici e della struttura coinvolti, per capire cosa sia andato storto durante quel trapianto e perché la vita di un bambino di due anni si sia spezzata in un modo così assurdo.
​L’obiettivo di Patrizia non è mai stato il denaro: è sempre stato, e rimane, la giustizia.nte, che individui i responsabili e stabilisca la verità dei fatti senza sconti per nessuno.
La battaglia legale della madre continua con la stessa determinazione del primo giorno, mossa non dal rancore, ma dalla necessità imperativa di dare un senso a un orrore che un senso non ce l’ha.
​Ciò che distingue il dolore di mamma Patrizia dalla semplice disperazione è la sua capacità di trasformarsi in una missione d’amore universale.
Nella sua sofferenza, questa madre ha trovato la forza di guardare oltre la propria tragedia personale, assumendosi un impegno che riguarda l’intera collettività.
​Mamma Patrizia continua a lottare affinché quanto accaduto a Domenico non accada mai più a nessun altro bambino.
Vuole che la morte del suo piccolo diventi un monito, un punto di svolta per la sanità, per i protocolli medici, per la sicurezza dei pazienti più fragili e indifesi.
Ogni sua parola, ogni sua azione pubblica è orientata a fare in modo che nessuna altra madre debba mai trovarsi a piangere un figlio perduto per un errore, per una svista o per una disattenzione in un luogo di cura.
​Questa è la risposta più potente e nobile che si possa dare a chi sparla: trasformare il buio di un lutto devastante in una luce di tutela per i figli di tutti.
Domenico non c’è più, e la sua mancanza è un macigno che Patrizia si porterà dentro per il resto dei suoi giorni.
Ma il suo nome non verrà associato a una cifra di risarcimento, bensì al coraggio di una madre che non si è fatta abbattere dalle maldicenze, che ha difeso la dignità della sua famiglia e che sta lottando per regalare un futuro più sicuro a tutti gli altri bambini.
​In un mondo spesso malato di cinismo e di giudizio facile, il silenzio e il rispetto dovrebbero essere doverosi.
Mamma Patrizia ha già pagato il prezzo più alto che a un essere umano possa essere chiesto.
A noi spetta solo il compito di sostenere la sua sete di giustizia, ricordando a chiunque punti il dito che l’amore per un figlio non ha prezzo e che la dignità di una madre non si compra, non si giudica e non si ferma di fronte a nulla.

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