GIANCARLO SIANI: IL TACCUINO CHE SFIDÒ IL PIOMBO
Se la camorra è potere, allora chi racconta il potere, muore
Napoli, 23 settembre 1985.
Una Citroën Mehari verde. Un giornalista di ventisei anni. Dieci colpi di pistola calibro 7.65 esplosi a bruciapelo. È così che si sigilla uno dei delitti più infami contro la libertà d’informazione in Italia.
Giancarlo Siani era un giornalista abusivo, come si definiva lui stesso: senza contratto, sottopagato, ma con una vocazione che superava ogni tessera, ogni firma, ogni protezione. Scriveva per Il Mattino, sede di Torre Annunziata. Si occupava della camorra. Non quella da fiction. Quella vera. Fatta di clan, alleanze, tradimenti, e sangue.
Ma il suo errore — che fu anche il suo atto più coraggioso — fu quello di scrivere ciò che sapeva, e ciò che gli altri facevano finta di non sapere.
Le dinamiche dell’omicidio: un’esecuzione esemplare
Siani non fu ucciso per sbaglio. Non fu una vendetta d’impulso. Fu un’esecuzione pianificata nei minimi dettagli, ordinata dal vertice del clan Nuvoletta, all’epoca legato alla cupola mafiosa di Riina e Provenzano. Il motivo? Un articolo.
Il 10 giugno 1985 Siani firma un pezzo che ricostruisce gli equilibri interni alla camorra vesuviana dopo l’arresto del boss Valentino Gionta. Secondo Siani, quell’arresto non fu un colpo dello Stato, ma una soffiata interna al sistema, un tradimento voluto dal clan Nuvoletta per indebolire gli alleati ed espandere il proprio potere.
Quell’articolo, incastonato tra le righe di cronaca, è un atto d’accusa, un colpo di scalpello in un muro di omertà. E la camorra risponde con la sua lingua: la morte.
Lo pedinano, lo schedano, lo aspettano sotto casa. È sera, Siani ha appena parcheggiato. Non ha scorta. Non ha protezione. Non immagina, o forse sì. Due sicari si avvicinano. Dieci colpi. Nessuna parola. Solo la firma dell’intimidazione: non ti avvicini troppo al potere, se non vuoi bruciare.
Un cronista senza paura, in un mestiere che ti può uccidere
Giancarlo non era un eroe. Era un ragazzo che faceva domande. Ma fare domande, dove la verità è pericolosa, è già una rivoluzione.
Il suo modo di fare giornalismo era radicale: camminare tra la gente, ascoltare, collegare i punti, dare nomi, indicare responsabilità. Non si limitava a riportare i fatti, ma li leggeva, li interpretava, li sfidava.
Siani rappresenta l’archetipo del giornalismo di frontiera, quello che nasce nelle periferie, nelle province dimenticate, nei quartieri dove il silenzio è legge e chi rompe quel silenzio viene punito.
L’eredità di una penna insanguinata
L’omicidio di Siani ha segnato un punto di rottura nella percezione del pericolo per chi racconta la criminalità organizzata. È stato riconosciuto vittima di mafia, simbolo della libertà di stampa in Italia.
Ma non basta ricordarlo. Bisogna interiorizzare il suo metodo: non accontentarsi, non omologarsi, non smettere di cercare.
Perché Siani non è morto per un’ideologia. È morto per aver fatto bene il proprio mestiere. E in Italia, spesso, fare bene il giornalista è un atto di martirio.
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