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Cruciani: disprezzo per Napoli e successo mediatico
Cruciani e altri personaggi trasformano l’offesa verso Napoli in spettacolo, riflesso di un sistema che legittima il razzismo selettivo.

Cruciani

“Sono quattro giorni che non faccio una doccia” – così confida con orgoglio Cruciani in una sua ultima intervista napoletana. Un apparente dettaglio che, però, se evocato con ironia, richiama inevitabilmente alla memoria quelle sue parole quando invocò il “napalm” per lavare i napoletani: forse conosceva il prodotto??? Non è tanto l’iperbole in sé a colpire, quanto la sua capacità di trasformare il disprezzo in spettacolo, di rendere l’offesa un marchio di riconoscibilità. Ci si domanda allora se esista altrove, nel panorama mediatico e culturale, un caso in cui il successo di un individuo sia fondato quasi esclusivamente sulla denigrazione sistematica di una città, di una comunità, di un’identità collettiva.

Il punto centrale non è Cruciani, né Rita De Crescenzo, figure che inseguono visibilità e guadagni, ciascuna a modo proprio, nel grande palcoscenico della comunicazione contemporanea. Entrambi aspirano a un posto al sole, a riempire le proprie tasche, e in questo non si distinguono da tanti altri personaggi che vivono di provocazioni e di clamore. La vera questione è più strutturale: riguarda un sistema che, pur dichiarandosi ostile a ogni forma di razzismo, sembra tollerare e persino legittimare quello rivolto ai napoletani.

È come se esistesse una zona franca, un’eccezione non scritta, in cui l’insulto verso Napoli e i suoi abitanti non solo non viene stigmatizzato, ma diventa materiale di intrattenimento, carburante per la notorietà di chi lo pronuncia. In un contesto sociale che si proclama attento alla dignità delle minoranze, alla tutela delle differenze, alla condanna di ogni discriminazione, resta inspiegabile la persistenza di un pregiudizio che colpisce una città intera, con la sua storia, la sua cultura, la sua vitalità.

Questa contraddizione rivela un paradosso: il razzismo è vietato, tranne quando si esercita contro Napoli. È un razzismo selettivo, che non suscita la stessa indignazione di altre forme di discriminazione e che, proprio per questo, si trasforma in una scorciatoia per il successo mediatico. È un meccanismo che non riguarda solo i protagonisti delle polemiche o i singoli provocatori, ma l’intero sistema mediatico e culturale che li ospita, li amplifica e li premia. Ed è proprio qui che si annida il problema: non nell’individuo che offende, ma nella società che consente che quell’offesa diventi spettacolo, normalità, persino successo.

Questo accade anche perché Napoli, pur essendo una delle principali città italiane, non possiede un peso proporzionato nei centri decisionali dell’informazione nazionale e questo squilibrio facilita la diffusione di narrazioni ostili senza che vi sia una contro-narrazione altrettanto potente. La cronaca nera, spesso enfatizzata e associata alla città, contribuisce a rafforzare un’immagine parziale e distorta, che diventa materiale di consumo per un pubblico abituato a vedere nel Sud un bersaglio legittimo.

In questa dinamica, Napoli resta prigioniera di una narrazione che oscura la sua ricchezza culturale e sociale, mentre il disprezzo continua a funzionare come strumento di visibilità e potere.

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