Cosa resta dell’Università italiana? Tra baroni, precariato a mille euro e finzione meritocratica
Pochi giorni fa migliaia di studenti hanno terminato gli esami di maturità: dopo giornate di studio intenso, ripetizioni del programma annuale, finalmente per loro è arrivato il momento di riposarsi e godersi il tanto agognato diploma.
Almeno per un pò.
Qualcuno di loro si gode le vacanza ma cerca già lavoro, altri non sanno ancora quale strada intraprendere, altri ancora vorrebbero continuare gli studi ma sentono che, forse, continuare a studiare potrebbe non valerne la pena.
Ed è proprio questo il punto: capita sempre più spesso di sentire giovani diplomati impauriti dall’iniziare un percorso accademico per timore di sprecare anni che, in alternativa, potrebbero essere impiegati formandosi in un lavoro.
Eppure, mi chiedo e mi domando, quando è accaduto che l’Università iniziasse ad essere percepita come un inutile spreco di tempo e denaro?Cosa è rimasto dell’università italiana come ascensore sociale?
Pochissimo, se non un cumulo di macerie burocratiche e illusioni vendute a caro prezzo alle nuove generazioni.
Il colpo di grazia alla trasparenza è arrivato dalle ultime scelte legislative, il 7 luglio 2026, ad esempio la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” che hanno di fatto smantellato l’Abilitazione Scientifica Nazionale.
Introdotta a suo tempo per porre un argine minimo ai favoritismi, pur con tutti i suoi limiti, la sua cancellazione segna il ritorno definitivo ai concorsi su base puramente locale.
Quindi mentre la retorica pubblica si riempie la bocca di parole come “meritocrazia” ed “eccellenza” concetti cari anche a esecutivi che amano definirsi vicini agli underdog , la realtà dei fatti racconta una storia completamente diversa: un sistema feudale basato sulla cooptazione, sullo sfruttamento sistematico della passione e sulla mercificazione del sapere.
In Italia si assiste a un paradosso unico nel panorama internazionale: non si cerca il candidato migliore per un posto, ma si ritaglia il bando sulle esatte specifiche del candidato già scelto a tavolino. Una dinamica di totale sottomissione in cui giovani studiosi, spesso provenienti da famiglie benestanti che possono permettersi di mantenerli, offrono anni di devozione assoluta al “barone” di turno nella speranza che, prima o poi, venga bandito un “concorsino” su misura per loro.
La spina dorsale della didattica negli atenei italiani è oggi costituita da una classe di invisibili: i docenti a contratto, questi rappresentano circa il 36% del personale docente, una quota altissima di professionisti e studiosi altamente qualificati che vivono in una condizione di totale precarietà e sfruttamento economico.
Il caso limite ma emblematico tocca persino le vette delle classifiche nazionali, come il Politecnico di Milano, dove si registrano storie di docenti storici trattenuti per un trentennio a cifre ridicole, vicine ai mille euro all’anno complessivi. Non a conferenza o al mese, ma all’anno, per coprire lezioni, esami e sessioni di laurea.
Una paga che, rapportata alle ore effettive di lavoro e preparazione, è inferiore a quella del bracciantato agricolo più sfruttato.
Una vergogna nazionale di fronte alla quale i sindacati si scontrano con vecchi paletti giurisprudenziali, lasciando come unica speranza il ricorso alla Corte di Giustizia Europea.
La Costituzione affiderebbe all’istruzione superiore il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali.
Eppure, le passerelle accademiche sembrano raccontare un’altra storia. Ha fatto discutere, nelle scorse settimane, la consegna di una laurea honoris causa all‘università di Tor Vergata a un giovane ereditiero trentunenne, celebrata alla presenza di alte cariche dello Stato.
Viene da chiedersi se l’accademia sia ancora il tempio dello studio o se non si sia trasformata in un ufficio pubbliche relazioni per attrarre grandi patrimoni o capitalizzare sulle rette degli studenti stranieri.
Anche la rincorsa forsennata ai corsi interamente in inglese, spesso criticata dagli storici della lingua, sembra rispondere più a logiche di cassa attirare iscritti asiatici per fare numero e bilancio che a una reale svolta internazionale.
In questo contesto, anche istituti storici come l’Erasmus vengono snaturati: un’esperienza straordinaria per la socializzazione e la cittadinanza europea, ma spesso svuotata di valore sul piano del rigore scientifico, dove il superamento degli esami diventa una formalità diplomatica per studenti di passaggio.
A fronte di questo quadro desolante, gli atenei si difendono sfoggiando percentuali di occupazione dei laureati vicine al 99% a pochi mesi dal titolo. Ma cosa nascondono questi numeri? Dentro quelle tabelle finisce chiunque: il giovane ingegnere che, stremato dalla precarietà o dai salari da fame proposti in Italia, decide di mollare tutto e aprire una birreria all’estero, viene comunque conteggiato come “occupato”.
È il trionfo della statistica sulla realtà, la narrazione che copre la fuga dei cervelli e il fallimento di un sistema che ha smesso di premiare il merito per difendere le rendite di posizione della propria classe dirigente.
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