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COME MAI IL 29ENNE POLIZIOTTO ALESSANDRO CALISTA SI E’ RITROVATO DA SOLO, CIRCONDATO DA UN GRUPPO DI FACINOROSI INCAPPUCCIATI E COLPITO CON UN MARTELLO?
NON AVREBBE DOVUTO ESSERE CON I SUOI COLLEGHI?

Alessandro Calista

IMG_9743-264x300 COME MAI IL 29ENNE POLIZIOTTO ALESSANDRO CALISTA SI E’ RITROVATO DA SOLO, CIRCONDATO DA UN GRUPPO DI FACINOROSI INCAPPUCCIATI E COLPITO CON UN MARTELLO?

Alessandro Calista, il poliziotto 29enne, pestato da un gruppo di manifestanti durante il corteo di sabato pomeriggio a Torino, si trova a letto in ospedale.

Il telefono dell’agente, nato a Pescara ma in servizio al reparto mobile di Padova, squilla in continuazione. Lo cercano in tantissimi.

A chi gli chiede che cosa sia successo, Calista risponde cercando di ripercorrere una situazione degenerata nel giro di pochi secondi. «Mi sono ritrovato da solo tra persone incappucciate — racconta —. Non saprei dire con certezza quanti fossero, ma erano tanti. Ricordo di essere caduto a terra e di avere perso il casco, così ho provato a proteggere la testa con le mani. Poi, a un tratto, ho sentito un dolore fortissimo alla coscia».

Sono le conseguenze di una martellata, una ferita poi suturata all’arrivo in ospedale. Secondo il racconto di una testimone, l’agente si sarebbe staccato dal resto della squadra per affrontare un gruppetto di manifestanti, prima di essere scaraventato a terra e colpito con calci, pugni e martellate.

L’assalto – con annesso incendio – al “blindo” del reparto mobile, la resistenza, lunga più di due ore, vera e resiliente all’avanzare della colonna di mezzi e divise lunghe come un serpente e fitte come aghi di pioggia, gli scudi con la stella a cinque punte. E poi la tecnica utilizzata per gli scontri: asimmetrica, “hit&run”, colpisci e fuggi. Attacco rapido e – altrettanto rapida – ritirata per evitare di venire a contatto diretto con la polizia.

Tutto racconta come la prima linea del corteo di alcune centinaia di facinorosi, che avanzava l’altro ieri sera su corso Regina non era composta solo da antagonisti ma soprattutto da anarchici. Il confine non è relativo. È sostanza. È significato. È magnitudo di violenza e di perizia tecnica quasi paramilitare.

Lo sanno bene alla Digos di Torino, che aveva colto tutti gli alert nei giorni precedenti al corteo, per inciso popoloso, pacifico e colorato fino alla deriva nera di alcune centinaia di professionisti della violenza. Da qui, la predisposizione di un dispositivo di sicurezza (con 30 fogli di via obbligatori e controlli preventivi su 772 persone) ragionato dagli analisti e messo nero su bianco dal neo-questore Massimo Gambino, con un migliaio di agenti e una strategia di contenimento che ha permesso di evitare occupazioni delle stazioni e di “limitare” l’area degli scontri, distante dal centro cittadino e da quella piazza Castello assaltata lo scorso ottobre, dove i manifestanti avrebbero voluto passare di nuovo.

Tentato omicidio, però – per iniziare – non è un’ipotesi di reato percorribile. In fatto e in diritto. Aggredire in modo vile – undici contro uno – un poliziotto, rimasto isolato in un frangente degli scontri, ha portato all’apertura di un fascicolo con imputazioni diverse.

Perché i coraggiosi aggressori lo hanno presso a calci, colpito con un martelletto su gambe e schiena, poi gli hanno rubato lo scudo, il casco e la maschera antigas.

Dunque, lesioni aggravate e rapina. Invece il reato più grave – codice alla mano – che la procura guidata da Giovanni Bombardieri intende perseguire – sarà a breve nero su bianco nella prima bozza di notizia di reato che i poliziotti stanno predisponendo. Ed è quella di devastazione.

In giudizio, poi, si vedrà tenendo presente che la pena edittale arriva a 15 anni e sale ancora se la condotta è commessa nel corso di manifestazioni pubbliche (il caso di specie).

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