CASALESI: Il “Ragioniere” di Zagaria svela il sistema degli stipendi per i detenuti al 41 bis
Le rivelazioni del pentito Attilio Pellegrino nel processo contro il clan dei Casalesi: come Nicola Panaro gestiva la cassa comune, tra estorsioni, slot e stipendi per le famiglie degli Schiavone
CASAL DI PRINCIPE (Lucia Sforza)- Nel cuore del processo sulle estorsioni perpetrate dal clan dei Casalesi, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Attilio Pellegrino, ex “ragioniere” della fazione Zagaria, hanno scosso l’aula del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Pellegrino ha delineato con precisione chirurgica il ruolo di Nicola Panaro nella gestione finanziaria dell’organizzazione.
“Conosco Nicola Panaro. È il figlio di Nicola e nipote di Sebastiano. Veniva a fare i conteggi per pagare gli affiliati per gli Schiavone detenuti al 41 bis.”
La “contabilità” del clan: riunioni ogni 27 del mese
Secondo quanto emerso dall’escussione davanti alla terza sezione penale, la gestione della cassa comune non era lasciata al caso. Pellegrino ha spiegato che gli incontri con Panaro avvenivano mensilmente tra il 2010 e il 2013:
-Frequenza: Ogni 27 del mese.
-Luoghi: San Cipriano, Casal di Principe, Villa di Briano (sia in abitazioni private che in luoghi pubblici come centri scommesse).
-Fonti di reddito: Proventi da estorsioni, gestione di slot machine e bische clandestine (come quella di Grazzanise gestita da Iavarazzo).
-Finalità: Pagamento degli stipendi per gli affiliati e, prioritariamente, per le famiglie dei boss detenuti al regime di 41 bis.
L’indagine dei Carabinieri: “Fra Camardone” e la strategia del silenzio
Oltre al pentito, in aula è intervenuto un Maresciallo Maggiore dell’Arma, che ha svelato i dettagli investigativi su Francesco Panaro, soprannominato “Fra Camardone”. Nonostante risultasse nullatenente, Panaro manteneva un tenore di vita elevatissimo, con abiti firmati e auto di lusso.
L’ufficiale ha descritto Panaro come un soggetto estremamente scaltro:
-Comunicazioni: Non utilizzava utenze intestate a sé o ai familiari, preferendo schede intestate a extracomunitari.
-Spostamenti: Evitava le auto, muovendosi quasi esclusivamente a bordo di un T-Max, ritenuto più difficile da sottoporre a intercettazioni ambientali.
-Gestione del vuoto di potere: Dopo gli arresti dei capi storici (Iovine e Schiavone), Panaro era diventato l’uomo di fiducia per la gestione della cassa.
L’estorsione all’imprenditore: Il cero e il proiettile
Il fulcro del processo riguarda un’estorsione ai danni di un imprenditore edile di Casal di Principe. Per costringerlo a pagare 50.000 euro “per non avere seccature”, il clan avrebbe utilizzato metodi intimidatori classici, come il recapito di un cero e un proiettile presso la sede dell’impresa.
Nonostante le discordanze emerse dalle escussioni delle vittime, l’attività investigativa, supportata dal monitoraggio di oltre 30 utenze telefoniche e dalle immagini di telecamere nascoste, ha permesso di ricostruire il legame tra Panaro e altri esponenti di spicco come Mario Iavarazzo.
I protagonisti del processo
Il processo riprenderà ad aprile per l’escussione dei testi della difesa. Ecco chi sono i principali imputati e i legali coinvolti:
Francesco Panaro per estorsione aggravata, gestione cassa clan;
Mario Iavarazzo per estorsione, associazione camorristica;
Mirko Ponticelli per Estorsione ; Giuliano Martino per Estorsione;
Raffaele Maiello per Collaboratore di giustizia (reo confesso);
Collegio Difensivo: Alfonso Quarto, Stefania Pacelli, Pasquale Diana, Sergio Mazzone.
Commento all'articolo