CAMORRA E RICICLAGGIO: La Cassazione conferma il sequestro per l’amministratore della Isvec. Respinto il ricorso
Tegola giudiziaria per Ivano Balestriere, amministratore della Isvec: la Cassazione respinge il ricorso contro il sequestro. Contestata l'agevolazione del clan dei Casalesi
CASERTA (Lucia Sforza)- La Corte di Cassazione ha messo un punto fermo sulla legittimità dei sequestri nell’ambito dell’inchiesta che lambisce il settore della raccolta rifiuti. La sesta sezione della Suprema Corte ha infatti respinto il ricorso presentato da Ivano Balestriere, amministratore della società Isvec, confermando l’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame di Napoli aveva validato il decreto di perquisizione e sequestro probatorio emesso dalla Procura partenopea.
L’accusa: reimpiego di beni e agevolazione mafiosa
Il procedimento a carico di Balestriere ipotizza reati gravi nell’ambito dell’imputazione provvisoria: si parla di reimpiego di beni di provenienza illecita, aggravato dal metodo mafioso e dall’agevolazione a favore del clan dei Casalesi, nello specifico del gruppo Zagaria di Casapesenna. Al centro degli accertamenti c’è la società Isvec, attiva nel delicato settore della gestione e raccolta dei rifiuti.
Nel mirino degli inquirenti erano finiti documentazione cartacea e informatica, appunti e diversi dispositivi elettronici ritenuti cruciali per ricostruire i flussi finanziari e le comunicazioni.
Il nodo del sequestro informatico e la “proporzionalità”
La difesa di Balestriere aveva incentrato il ricorso sulla presunta violazione del principio di proporzionalità, sollevando diverse eccezioni tecniche:
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Mancata indicazione di un termine preciso per l’estrazione e l’analisi dei dati.
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Assenza di criteri e parole chiave sufficientemente definiti.
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Natura “esplorativa” del sequestro e prolungamento della custodia delle copie forensi oltre il tempo necessario.
Tuttavia, la Suprema Corte ha giudicato il ricorso non fondato, ribadendo i principi cardine in materia di dispositivi informatici. I giudici hanno operato una netta distinzione tra il “contenuto” (i dati utili all’indagine) e il “contenitore” (il telefono o il computer): non è possibile estrarre i dati senza sequestrare l’apparato fisico, operazione indispensabile per garantire la corretta catena di custodia e repertazione delle prove.
Motivazioni puntuali e indagini complesse
Secondo i giudici di legittimità, il Tribunale del Riesame ha fornito una motivazione “puntuale e giuridicamente corretta”, dimostrando il collegamento logico tra i dispositivi sequestrati e i reati ipotizzati.
La complessità dell’inchiesta — che coinvolge una pluralità di soggetti e un arco temporale esteso — giustificherebbe anche la durata delle operazioni di analisi dei dati, non quantificabili con precisione millimetrica in anticipo a causa della mole di materiale da esaminare per ricostruire conti correnti, società e rapporti finanziari.
La Cassazione ha ricordato infine che, qualora il vincolo sui dispositivi dovesse protrarsi oltre misura, la difesa potrà comunque presentare un’autonoma istanza di restituzione al giudice competente. Il ricorso è stato dunque respinto, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Resta inteso che la pronuncia della Suprema Corte si concentra esclusivamente sulla legittimità formale e sostanziale del sequestro probatorio, non trattandosi di una sentenza di condanna definitiva.
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