Ordiniamo le pizze a dei corrieri sottopagati: GLOVO sottoinchiesta
Il volto del precariato e dello sfruttamento lavorativo è oggi spesso rappresentato da ragazzi che, saltuariamente, nel giro di pochi minuti, consegnano nelle nostre case di tutto: pizze, sushi, la spesa financo farmaci.
Queste persone lavorano sotto la soglia di povertà con un orario di lavoro dilatato e massima disponibilità.
Uno sfruttamento sistematico fondato sullo stato di necessità delle persone reclutate, quasi sempre straniere.
La Procura di Milano ha riacceso i riflettori sul sistema organizzativo che sta alla base del food delivery.
Il pm Paolo Storari – che da anni indaga sul caporalato in alcuni settori chiave dalla moda alla logistica – ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per Foodinho srl, società italiana del colosso spagnolo Glovo che ha un fatturato da 255 milioni di euro l’anno.
Le accuse sono pesanti e accompagnate da decine di testimonianze dei diretti interessati.
Nelle indagini, condotte dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, è indagata sia la società che l’amministratore delegato, lo spagnolo Pierre Miquel Oscar. Accusato, come si legge nel decreto, di aver corrisposto «ai rider in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale (rispettivamente circa duemila e quarantamila), una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva». Somme che, per il tipo e la quantità di lavoro prestato, non garantiscono ai rider «un’esistenza libera e dignitosa» e che sono «difformi» rispetto ai contratti collettivi firmati dai sindacati.
Il punto di riferimento è quel “salario minimo costituzionale” definito dalla Cassazione in alcune sentenze del 2023: una retribuzione di 1.245 euro al mese per 13 mensilità, calcolata su indicatori come il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione guadagni, la nuova assicurazione sociale per l’impiego e l’indice Istat.
Numerose le testimonianze raccolte: “sono sempre geolocalizzato tramite l’app e, se sono in ritardo con una consegna, Glovo mi chiama per sapere cosa succede. Il compenso varia tra 2,50 e 3,70 euro a consegna” ha raccontanto uno dei rider impiegato dalla società spagnola. Molti hanno messo a verbale che, lavorando con le loro bici elettriche nelle zone centrali della città riuscivano a guadagnare 800 o 900 euro al mese per 12 ore di lavoro al giorno. Il compenso medio finiva inoltre per essere decurtato in caso di ritardi nelle consegne.
I rider interrogati hanno spiegato di aver accettato condizioni così penalizzanti con l’obiettivo di riuscire a mandare parte dei soldi guadagnati nei propri Paesi d’origine.
L’inchiesta della procura di Milano “mette nero su bianco ciò che l’Unione sindacale di base denuncia da anni: i rider non sono lavoratori autonomi, ma dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite Iva per aggirare diritti, tutele e contratti” ha commentato l’Usb parlando di “un’organizzazione del lavoro interamente nelle mani delle piattaforme» con «turni decisi unilateralmente, algoritmi che controllano tempi, percorsi e prestazioni, sistemi di penalizzazione e disconnessione che equivalgono a veri e propri provvedimenti disciplinari. Altro che autonomia: siamo di fronte a una subordinazione piena, esercitata attraverso strumenti digitali”.
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