COME SI È ARRIVATI ALLE INDAGINI SUL CAPORALATO NELLA MODA?
TUTTO È NATO DAI FATTORINI DI AMAZON
COME SI È ARRIVATI ALLE INDAGINI SUL CAPORALATO NELLA MODA?
Missoni, Gucci, Yves Saint Laurent, solo per citarne tre del lungo elenco finito al centro delle verifiche della procura di Milano, che con il pm Paolo Storari ha avviato da tempo un monitoraggio della filiera per capire se dietro le luci della ribalta delle passerelle si nascondano operai sotto pagati.
Accertare l’eventuale utilizzo di «manodopera sfruttata», di «modelli organizzativi inidonei» e di metodi che, a leggere le carte giudiziarie riguardanti la catena degli appalti e subappalti delle altre maison indagate in passato, si sono dimostrati disumani e schiavizzanti.
Così, davanti al terremoto partito dalla procura meneghina che sta scuotendo le aziende della moda, c’è anche chi si sta attrezzando per prevenire il fenomeno del caporalato. I metodi per raggiungere il risultato o mantenerlo sono svariati: certificazioni ad hoc, audit, adozioni di codici di condotta stringenti per appaltatori e subappaltatori. Bollini etici.
E se da un lato un folto gruppo di marchi è nella bufera, altri mai sfiorati dalle verifiche annunciano novità di un certo peso, anche politico: come quella che riguarda l’ex premier ed ex segretario del Pd, Enrico Letta, che ha accettato l’incarico offerto dal gruppo Inditex, il colosso tessile spagnolo che possiede numerosi marchi del fashion: da Zara a Stradivarius.
Tradotto: l’attuale decano della Ie School of Ie University di Madrid e presidente dell’Istituto Jaques Delors, ha assunto il ruolo di presidente del Consiglio consultivo internazionale, un organismo creato quest’anno per fornire consulenza al consiglio di amministrazione della multinazionale su tematiche di geopolitica, economia internazionale e altre questioni globali.
Dopo la richiesta di interdittiva contro Tod’s – l’impero di Diego Della Valle – che verrà decisa nel mese di febbraio, l’ultima operazione del pm Storari, che ha chiesto approfondimenti e acquisizione di atti, riguarda ben tredici aziende di alta moda, non formalmente indagate.
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