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Donne “Serie”: annientamento di sé, moralismo tossico e sacrifici invisibili
Analisi critica sarcastica, legale e politica della femminilità tossica

 

CASERTA (Lucia Sforza)- In Italia, esistono donne che incarnano un concetto antiquato di “serietà”: madri che percepiscono la propria esistenza esclusivamente come funzione biologica e sociale, e moraliste sessuali che si arrogano il diritto di giudicare le scelte altrui.
Queste figure non sono semplicemente conservatrici; sono operatori morali, la cui ipocrisia diventa particolarmente evidente se si confronta la loro rigidità etica con la realtà dei dati sui femminicidi: sono spesso le stesse donne che subiscono violenza mortale dai partner o si sacrificano fino all’estremo per loro.


Annientamento personale e mito della maternità assoluta

Molte donne confondono maternità con annullamento totale dell’individualità.
Il diritto italiano è chiaro: art. 3 Cost. tutela la pari dignità tra uomini e donne, mentre art. 2087 c.c. garantisce la sicurezza sul lavoro anche per le donne con carichi familiari.
Eppure, alcune madri persistono nel mito del sacrificio assoluto, insegnando implicitamente alle generazioni più giovani che essere donne significa cancellarsi, rinunciare alla carriera, ai desideri personali e perfino alla libertà sessuale.


Sessualità e giudizio morale: il paradosso

Queste donne pretendono di stabilire chi sia “serio” nella vita sentimentale: criticano rapporti sessuali liberi, stigmatizzano la libertà affettiva e sessuale delle altre donne.
Tuttavia, il diritto civile e penale non contempla alcuna norma che le supporti: l’art. 609-bis c.p. riguarda la violenza sessuale, non la libera scelta consensuale.
In altre parole: l’ipocrisia morale non trova alcun fondamento legale, ma ciò non le ferma dal giudicare chi osa vivere senza annullarsi.


Ironia politica: la paralisi delle istituzioni e l’arroganza morale

In un contesto politico volatile, con governi che mutano faccia più frequentemente di quanto i cittadini cambino opinione, queste donne si ergono a sentinelle del moralismo.
Criticano la libertà altrui mentre ignorano sistematicamente i dati sui femminicidi e sulla violenza domestica, dimostrando una contraddizione macroscopica: moralizzano, ma non si proteggono.


Il sacrificio estremo e la contraddizione mortale

Le stesse donne che giudicano chi vive liberamente sono spesso vittime di femminicidio, violenza domestica e abusi.
Questo paradosso – annientarsi per l’uomo, giudicare chi sceglie la libertà – evidenzia una struttura sociale e culturale tossica.
Il loro “essere serie” diventa così un teatro di ipocrisia, un insieme di norme morali autoimposte che non hanno alcun fondamento né legale né etico, ma che vincolano psicologicamente chi le osserva.


Conclusione: chi è davvero “serio”?

Essere “serie” non significa annullarsi, giudicare la sessualità altrui o sacrificarsi fino alla morte per un uomo.
La vera serietà, alla luce dei diritti costituzionali, dei principi civili e della logica morale, risiede nella capacità di vivere liberamente, proteggersi, coltivare il proprio talento e la propria individualità, senza farsi intimidire dall’arroganza morale altrui.

 

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