“La Famiglia del Bosco” lascia il rifugio isolato nella natura ed accetta l’offerta di un alloggio più confortevole.
Purché si ricomponga il proprio nucleo familiare e si attutisca tutto il clamore creatosi intorno alla loro vicenda, il capo famiglia Nathan ha accettato di lasciare il bosco.
La Famiglia del Bosco accetta di trasferirsi.
Purtroppo alla fine hanno vinto l’accanimento mediatico e burocratico. L’ inglese Nathan capo famiglia della cosiddetta “Famiglia del Bosco” ha accettato di trasferirsi nell’alloggio messo a disposizione gratuitamente dal signor Armando Carusi di Ortona.
La decisione di abbandonare il proprio angolo di bosco della provincia di Chieti, che da un bel poco di tempo era diventato il posto abituale dove vivere con i tre figli piccoli e la moglie Catherine australiana, è stata accettata solo per riavere i propri bambini.
Il capo famiglia infatti ha lasciato il proprio casolare nel bosco non per il pericolo di animali selvatici, o l’incombere dell’inverno abruzzese, bensì piegato dalla pressione mediatica e dalla burocrazia italiana.
Da quando è stata “scoperta” la loro esistenza in questo angolo della natura incontaminata nella magnifica terra d’Abruzzo si è rotto l’incantesimo. Nathan e Catherine con i loro tre bambini, per una precisa scelta di vita si erano ritagliati uno spazio nella natura e avevano deciso di viverla a pieno usando della modernità lo stretto indispensabile.
Circondati da i loro animali domestici, o da fattoria, riscaldandosi e cucinando con la legna, in un casolare dotato solo di acqua fredda, questo nucleo familiare per un preciso rifiuto della modernità, vivevano uniti in amorevole accordo tra loro stessi e la natura. Nulla mancava in tal senso anche ai loro tre figli minori, che a detta dei genitori, seguivano anche un percorso di istruzione autogestito.
L’intervento delle istituzioni entra e sconvolge la vita di una famiglia che viveva in armonia con se stessa e la natura circostante.
Ma una volta scoperta la loro esistenza l’assalto dei media è stato immediato. La loro privacy, di cui in Italia ci si vanta di proteggere, è stata immediatamente annullata e la famigliola del bosco è finita nel vortice della burocrazia italiana composta nella fattispecie da assistenti sociali e magistratura minorile.
Con la giustificazione che i tre figli non conducevano uno stile di vita consono per la loro età: mancanza di beni essenziali e confortevoli, mancata scolarizzazione tradizionale; le istituzioni in pochissimo tempo hanno sottratto i tre minori all’amore dei genitori per portarli in una così detta “struttura protetta”, al fine di farli integrare nella “società”. Unica concessione la compagnia della propria madre, e menomale aggiungiamo noi.
Ora che le istituzioni hanno raggiunto il loro scopo si sentiranno più sollevate pensando che hanno protetto i tre bimbi piccoli dandogli uno stile di vita più consono, in una casa si di campagna ma dotata di più confort, e con il bus scolastico che magari li verrà a prendere la mattina per portarli a scuola. Ben venga tutto ciò ma ci auguriamo che i burocrati abbiano capito che quei tre bambini erano circondati dall’affetto e dall’amore dei genitori componenti una famiglia felice.
Quello che le istituzioni vedono poco e che invece necessiterebbe di interventi radicali proprio a favore di tanti minori poco visibili.
Tutta questa burocrazia si sarà accorta di quanti altri bambini vivono in Italia in condizioni igienico sanitarie pessime, poco nutriti, per nulla scolarizzati, spesso utilizzati per chiedere elemosina all’angolo dei supermercati e fuori le chiese delle nostre città?
Questi bambini li vediamo tutti i giorni, non c’è bisogno che qualcuno a passeggio nei boschi li scopre. Questi minori con le loro famiglie, certo molto meno amorevoli di quella anglo australiana, vivono accampati in baracche composte da lamiere e legname, quando meglio in vecchie roulotte, senza acqua ne elettricità, circondati da cumuli di immondizia dove ratti e cani randagi circolano liberamente. Respirano questi miasmi e quelli provocati dal fumo di vecchi copertoni o materiale plastico che i loro genitori bruciano in continuazione per estrarre il rame di cui poi fanno commercio. A scuola? Qualcuno li ha mai visti andare a scuola?
Non penso che queste situazioni sfuggano all’occhio delle istituzioni. Probabilmente assistenti sociali e magistratura minorile non riescono a fare abbastanza nei confronti di queste comunità non più nomadi, ma stanziali, che vivono in condizioni spaventose, anche se per loro scelta, ben inteso, a causa di uno stile di vita becero radicato nel tempo.
Però ci rendiamo conto che è più facile andare a sconvolgere la vita condotta da una sola famiglia che in poco tempo si è piegata a queste imposizioni prese “a loro favore”, per carità; che non affrontare un problema così vasto come quello delle baraccopoli con i loro invisibili che vivono ai margini della nostra società.
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