Il Cammino di Santiago: da Lorca a Logrono
Attraverso il racconto del Commendatore della Orden del Camino de Santiago in Italia
Il Cammino di Santiago: la tappa da Lorca a Logroño.
Un viaggio attraverso il racconto e le emozioni di Vins Tramontano, Commendatore della Orden del Camino de Santiago in Italia, per vivere l’esperienza autentica del Cammino Francese.
La sveglia, come tutti i giorni, mi veniva data dai primi rumori o dalle prime luci nella stanza; quella mattina mi svegliai alle sette.
Venti minuti per le operazioni mattutine, compresa la sistemazione del sacco lenzuolo nello zaino, e via in cammino per un’altra tappa da vivere.
Quanto mi piaceva girarmi indietro e ammirare il lento risveglio della gente o le strade ancora vuote, e ancor di più il sorgere del sole, forte e deciso a riscaldare un altro giorno.
Il mio passo era deciso, sarà che ero riposato; camminando consumai la bottiglia con gli integratori (forzatamente consigliati da mia moglie) e la merenda che avevo comprato la sera prima.
Quel giorno camminavo con la tranquillità di sapere che ero me stesso, camminavo senza fretta e mi concedevo il permesso di andare al mio ritmo.
Gli altri avevano già fretta, non sapevano cosa si perdevano a guardare indietro.
Ognuno poteva andare come desiderava: non è mia intenzione criticare nessuno, né il modo in cui fa la sua strada.
Il mio cammino interiore è sacro per me; mi stavo concedendo questo piacere, fare ciò che volevo davvero, senza esigere né pretendere.
Lungo il cammino ero me stesso, mi stavo sorprendendo della mia pace interiore, pensavo: “Esprimo emozioni, piango e, se ne ho bisogno, vedo la mia parte oscura e l’abbraccio”.
Continuavo a camminare e continuavo a scoprire quel posto che per molti anni non avevo voluto vedere, perché mi sentivo a disagio, mi dettava limiti e mi faceva sentire vulnerabile.
Adesso conosco la sua profondità, posso fare tutto ciò che sogno ogni giorno in questa vita; i miei sogni oggi più che mai aspettano con la fermezza di essere vivi.
Questo è il cammino, questi sono i valori primari che indico a ognuno.
Ognuno deve trovare l’intesa con la propria coscienza.
In due ore, nonostante il caldo, ero già ad Estella; attraversai la parte antica.
Si trattò di una tappa senza difficoltà, tranne quella piccola ma inattesa salita al villaggio di Mañeru e, un po’ più avanti, l’attraversamento del paese di Cirauqui con le sue strade ripide.
La città di Estella è conosciuta come la “Toledo del nord” per il gran numero di monumenti che possiede.
La visitai un po’ fugacemente, ma riconobbi che avrebbe meritato più tempo per una visita approfondita.
Entrai in un locale per rifornirmi di acqua e mangiare qualcosa, salutai tutti i presenti con un “Buenas días, señor”, poi chiesi un paio di uova in padella e del succo di frutta.
Nel frattempo, al tavolo vicino, due vecchiette mi guardarono e, sorridenti, mi dissero: “Pellegrino, la Madonna ti accompagni”, indicandomi la figura di una Madonna appesa al muro. Mi avvicinai e, toccandomi il petto, risposi: “Vi ringrazio di cuore”.
Mangiai a stento, tanta era l’emozione di quelle parole; all’uscita da quel locale ero grato ai miei genitori per avermi dato valori e regole, e a Dio per il piacere di piangere di gioia.
Se un giorno mia madre non mi avesse parlato delle emozioni, non avrei saputo cosa sono né cosa c’è che rallegra la vita.
E non sarei mai caduto nella tentazione di scoprire questa meravigliosa sensazione, né di capire come cambiano la vita.
Ora continuo a godere e non ho paura di condividere le mie emozioni con gli altri; anzi, quando gli altri provano emozioni, aumenta in me una consapevolezza che non conoscevo.
L’emozione personale aumenta in ragione di quanto riusciamo a coinvolgere nelle nostre emozioni altre persone.
Le emozioni sono un fenomeno complesso: sono pensieri, riflessi fisiologici, impulsi comportamentali.
Sono tutti questi aspetti insieme che determinano le nostre azioni e i nostri comportamenti, coinvolgendo sia il corpo sia la mente.
Per vivere pienamente è importante saper dare un nome alle emozioni, capire cosa si prova e scoprirne l’origine: può rivelarsi fondamentale per il nostro benessere.
Mentre elaboravo questi concetti arrivai a Sansol.
Il tempo iniziò a oscurarsi, nuvole basse e minacciose si avvicinavano, mentre percorrevo un tratto di sentiero tra campi e vigneti senza punti di riparo.
Pensai di essere adeguatamente attrezzato per proteggermi dalla pioggia.
Alle prime gocce misi la copertura allo zaino e indossai il poncho, che mi fece sentire sicuro; pensai: “Adesso può fare anche il temporale!”.
La pioggia fu forte, il temporale durò a lungo, penso almeno un’ora, l’acqua scendeva copiosa e, nonostante la copertura, ero come nudo; sentivo l’acqua che arrivava da ogni dove, sembrava di stare in una vasca da bagno.
Mi fermai sotto le fronde larghe di una pianta che, quando si riempivano d’acqua, la scaricavano su di me come secchiate.
Ormai bagnato dappertutto, mi assicurai che lo zaino fosse ben protetto: mi interessava che il contenuto non si bagnasse.
Restai passivamente ad aspettare che spiovesse.
Altre volte mi ero bagnato, ma quella la ricorderò… caspita se me la ricorderò!
Ad ogni passo l’acqua usciva dalle scarpe, scendeva lungo la schiena e giù per le gambe senza limiti; non lo scorderò.
Ero talmente zuppo che dovetti strizzare quello che avevo addosso.
Cominciai a camminare piano piano sotto una pioggerellina fitta; a ogni passo le scarpe mi ricordavano la canzone: “Cosa vorresti dir, cosa vorresti far, se senti già le suole far cic ciac”.
All’ingresso di Viana proseguii verso il centro della città: tra le varie bellezze artistiche ci sono il Municipio, la chiesa di Santa Maria e una chiesa gotica di superbe dimensioni con la sua facciata rinascimentale originale.
Dapprima avevo pensato che a Viana mi sarei fermato per la notte, invece l’attraversai concedendomi solo pochi minuti per visitare la cattedrale; sarà stata la pioggia, ma ebbi la sensazione di una cittadina alquanto cupa.
Mi incamminai imperterrito, nonostante la pioggia che ormai non mi dava più fastidio.
Non esitai a passare in un tunnel stracolmo d’acqua, tanto che mi arrivava sopra le scarpe; ero rassegnato a non poter fare meglio e deciso a raggiungere Logroño il prima possibile.
Mancavano circa 10 chilometri, tra campi e vigneti pianeggianti ma praticamente inzuppati d’acqua; li feci divertito, mentre alcuni automobilisti mi suonavano in segno di conforto gridandomi: “Vamos, peregrino”.
Camminavo lungo le sponde del fiume Ebro, che scendeva rosso per la terra trascinata dalla tempesta; attraversai il Puente de Piedra e alle 18:45 entrai nell’albergue Santiago Apóstol.
La gentilezza e la cortesia dell’hospidalesa al ricevimento riscaldarono la mia giornata solitaria: mi indicò il posto letto e mi disse: “Visto che sono le 19:00, venga prima a cenare e poi vada a sistemare il letto”.
Durante la cena conobbi alcuni pellegrini, tra cui un siciliano che stava facendo il cammino in bici.
Dopo una bella doccia calda che mi rimise al mondo, sistemai il letto con i vestiti personali, il sacco lenzuolo e la federa, e riempii con carta igienica le scarpe bagnatissime.
Nonostante avessi ancora addosso la sensazione di bagnato, uscii a fare quattro passi per ritrovare calore.

Nonostante avessi le ciabatte camminavo con passo svelto.
Era sabato e il centro di Logroño era affollato.
Mi fermai in un bar, presi una cioccolata calda con un’abbondante porzione di churros e la gustai mentre guardavo lo scorrere della gente dalla vetrina.

Logroño è la capitale della Rioja: non era affatto male, era una bella cittadina.
Al rientro in albergue trovai il siciliano intento a sistemare la bici; si lamentava dicendo: “È un pezzo di ferro, non sono sicuro di arrivare a Santiago”.
Prima di andare a letto cambiai la carta igienica nelle scarpe, ancora bagnate, e le misi sottosopra.
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