La musica Napoletana: storia e vocazione di un popolo.
La musica e la sua eterna storia, ci ha sempre tramandato parte della nostra millenaria cultura, per comprendere meglio le nostre origini, La Musicaccia ci porterà ad esaminare qualche canzone che ancora oggi lascia traccia del nostro percorso evolutivo.
Apriamo il nostro percorso, prima di tutto, dando notizie su quel che è la canzone napoletana.
Le origini della canzone napoletana (o partenopea) si possono far risalire alla notte dei tempi, o per meglio dire al mito di Partenope (la sirena che col suo bel canto tentò di ammaliare Ulisse), ma la nascita della musica partenopea non conosce epoca, non ha età, essa nasce col popolo, con la voglia di esternare in massa i sentimenti collettivi delle situazioni sociali e personali.
Per rendere l’idea di come sia nata questa forma d’arte musicale è bene dare qualche accenno sulle varie leggende di Partenope e sulla terra che ne assunse il nome (la Napoli di oggi).
PARTENU dal greco VERGINE, come la verde ed incontaminata terra che videro i primi immigrati greci quando con le loro imbarcazioni si avvicinarono all’isola di Megaride (dove oggi troviamo i resti di Castel dell’ovo).
Partenope il mito, la leggenda di un grifo dal volto angelico di donna che incantava chiunque lo vedesse (questa leggenda si suppone sia stata pensata dal popolo per scoraggiare gli stranieri malintenzionati).
Fra tante storie, credenze e leggende il popolo di questa terra fra vulcani, isole, sole e mare, ha sempre cantato, suonato e ballato, nonostante le molteplici dominazioni subite.
La musica partenopea si presenta con forma semplice e rudimentale, in un primo momento con canti a tre o più voci improvvisati di volta in volta da donne che lavoravano i campi o che lavavano i vestiari sui corsi d’acqua, in un secondo momento i pastori durante le transumanze costruirono i primi tamburi che adoperavano come richiamo per le greggi e per pregare le proprie divinità, inoltre la sera intorno ad un fuoco si divertivano a suonare per accompagnare i loro canti ludici.
I primi strumenti musicali sono stati quelli ritmici e la maggior parte di essi li dobbiamo all’ingegno dei contadini, dei pastori, delle lavandaie e così via dicendo.
I canti venivano accompagnati da tamburi fatti con legno e pelli di animali, da botti di vino, da tini, da mazze, da falci e tanti altri attrezzi simili che percossi davano un ritmo ben preciso e coordinato.
C’erano vari tipi di canto: propiziatori, devozionali, ludici e canti per cacciare le forze oscure, canti di lavoro e di protesta.
Le prime testimonianze scritte risalgono al periodo di Federico II di Svevia nel 1221 canti come jesce sole e il Canto delle lavandaie del Vomero risalgono a quel periodo. Dopo gli Svevi, vennero gli Angioini 1266-1441 e nella musica popolare napoletana si cominciarono a inserire testi che narravano avvenimenti e scandali politici.
Dal 1441 al 1501 con gli Aragonesi la lingua napoletana viene introdotta ufficialmente a corte, e questo evento promuove il fiorire della poesia popolare e la vocazione al canto, ed a ogni occasione come feste, ricorrenze e rituali il popolo coglieva lo spunto per riunirsi ed intonare canti, ballate, tammurriate, sonetti e strambotti, accompagnati da liuto, calascine e tammorre.
Con l’avvento degli spagnoli (1501-1734) il napoletano viene bandito dagli uffici pubblici ma ciò non impedisce il continuo estendersi della musica in lingua napoletana.
La musica napoletana, intesa come canto e musica di un popolo che è un tutt’uno con la terra che lo ha generato e col suo ritmo unico ed inimitabile, nonostante la dominazione spagnola abbia tentato di soffocare i riti della tradizione partenopea che fiorì nella seconda metà del ‘500 tra tammurriate, canti e balli popolari, riuscì a dar vita alla Villanella.
La villanella napoletana è un genere musicale e poetico che si presenta come un motivo agreste a più voci, improvvisato come gli stornelli, giocose cantilene, satiriche o patetiche.
La villanella diede spunto a notevoli musicisti del tempo, come Giulio Caccini e Claudio Monteverdi, per scrivere delle composizioni di musica polifonica (da questo la prova che la musica popolare è madre di tutta la musica).
Il ‘600 ci regala il bellissimo canto Michelemma’ che la tradizione attribuisce al noto pittore-poeta Salvator Rosa, da non dimenticare che è il periodo storico di MASANIELLO e nasce in teatro il MELODRAMMA.
Nel 700 a Napoli nasce L’opera buffa, i canti e le ballate popolari trionfano, come la tarantella che offusca tutti gli altri generi. Canti come Lo guarracino (1768 Anonimo), La palummella (1700 Anonimo), Cicerenella (1770 Anonimo) e tanti altri canti come questi sono stati colonne sonore di un periodo dove il popolo partenopeo nei momenti di festa, di allegria si riuniva e gioiva in collettività e armonia.
Nel 1734, dopo oltre due secoli di viceré spagnoli, subentra a Napoli la dinastia dei Borbone e sul finire del secolo 1799 la breve parentesi della Repubblica Partenopea che termina con la morte di tantissimi giacobini e l’impiccagione di Eleonora de Fonseca Pimentel; anche questo particolare evento storico viene testimoniato da una bellissima canzone popolare (Il canto dei Sanfedisti).
Nonostante gli eventi storici, politici e sociali che l’antica Partenope (Napoli) ha subito, la musica popolare partenopea, ancora oggi è viva e ricopre un importante posto nello scenario artistico-culturale.
È pur vero che l’arte musicale napoletana oggi va messa in secondo piano per dare posto ad “artistucoli” che lasciano il tempo che trovano, ma per fortuna nonostante le molteplici difficoltà di un sistema nazionale che mette in evidenza solo l’arte decadentista del momento gli Artisti validi hanno un loro pubblico ricercato e ristretto che consente loro di andare avanti e produrre ancora vera musica.
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