Oltre le sbarre: testimonianza d’un volontario nelle carceri
Quando intrapresi la strada del volontariato nelle carceri, volevo solo essere utile, mitigare un po’ la sofferenza, nella convinzione che questo potesse riscattare gli esclusi dalla società, anzi dalla vita stessa. Ma il carcere trasforma ciò che c’è di più umano in un’ulteriore pena. Quel giorno sarei dovuto entrare in una cella e dire a un uomo che sua madre era morta.
Non era la prima volta che gli portavo parole pesanti. Avevo già dovuto dirgli che suo padre peggiorava, che la salute gli scivolava via. Lui aveva tentato di ottenere un permesso speciale, quello per i casi gravi. Ma non gliel’avevano concesso: il pericolo non era considerato “abbastanza” imminente. In carcere anche la sofferenza deve rispettare un regolamento.
Quando mi vide arrivare, mi disse subito. «È morto mio padre». E invece no. Era la madre, la più forte dei due, quella che sembrava reggere ancora. Un malore improvviso, un addio senza preavviso. Per la famiglia un dolore secco; per lui un colpo inaspettato che bruciava di più, perché da anni la vedeva solo attraverso i colloqui, sempre più rari, sempre più brevi.
Rimanere così davanti al suo dolore senza potergli offrire quasi nulla. Una mano, un abbraccio breve, concesso a metà. Il resto è proibito, mentre tu rimani lì, testimone impotente di un crollo che non può sfogarsi.
E anche se il dolore è ancora vivo, bisogna già pensare alle carte: il certificato di morte, la richiesta del permesso, le condizioni. Un’ora soltanto, con la scorta in divisa. Ci sono famiglie che non ce la fanno a sostenere un funerale così, con gli agenti accanto al feretro.
Poi il viaggio: il furgone blindato, le ore di strada, la cerimonia che dura meno del tragitto. Subito dopo, un’altra cella, in un altro carcere, per la notte. E il ritorno, che a volte diventa un calvario. Tappa dopo tappa, carcere dopo carcere.
Quando il viaggio si concluse e l’uomo tornò nella sua cella, non aveva più dolore nello sguardo ma un’ombra di durezza, chiusa dalle mura della solitudine
Io, invece, tornai a casa con la sensazione di non aver fatto abbastanza. Di non poter fare abbastanza. Il volontariato mi aveva insegnato che la sofferenza non si divide: si accompagna. Ma in carcere anche l’accompagnamento è un privilegio concesso a metà, un gesto che deve fermarsi sempre un passo prima.
Forse è in questo che il carcere manifesta tutta la sua inadeguatezza nel concepire la giustizia solo come punizione, non come misura, equilibrio, umanità, perché quando manca anche uno soltanto di questi elementi, tutto il resto si incrina.
Da allora, ogni volta che varco quel cancello, mi porto dentro una domanda che non smette di farsi sentire: quanto ancora possiamo permetterci di chiedere a chi ha già perso tutto?
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