In carme di Corrado Carnevale
Corrado Carnevale è morto dopo avere attraversato anch’egli lo Stige della calunnia e della diffamazione, in un paese come l’Italia che tutto è tranne che “il Belpaese”.
Tantissimi anni fa quando cominciai a muovere i primi passi nel glorioso Castelcapuano, ricordo che potere studiare le Sentenze di Carnevale equivaleva a vedere i filmati di Maradona oggi, oppure contemplare la Cappella Sistina. Lui leggeva il codice ed applicava le norme intuendone profondamente il senso di confine tra la dottrina e la giurisprudenza, mai terra di mezzo tra il giustizialismo ed il garantismo. Lui studiava e leggeva, leggeva e studiava di più. La sua “illogicità della motivazione” non era una interpretazione dei fatti diversa, ma il sillogismo invocato dagli apriori posti dalla Corte di merito e non esposto, o saputo esporre adeguatamente o meno, in Sentenza.
Per questo suo modo di lavorare, lui cassava ogni contraddizione e qualsiasi volo pindarico delle Corti di Appello che riformavano in un senso o nell’altro Sentenze senza un criterio equo. All’epoca della introduzione del 416 Bis, e di fronte ai faldoni ingombranti prodotti dai Tribunali in emergenza come a Napoli, lui non si scomponeva. Leggeva studiava e rilegeva sempre. Ovviamente, era un intralcio perché stroncava il lavoro di Magistrati troppo allineati con le Procure, con l’esigenza di giustiziare Crimini e criminali che mostravano sempre più i gangli infetti dei colletti bianchi e che per questo subivano processi spesso sommari. Molti millantavano di conoscerlo di poterlo raggiungere, nella più volgare delle accezioni, di poterlo avvicinare. E’ il rischio dei grandi, quello di essere pietanza per i mediocri. Ma lui continuava a leggere e cassare, rileggere e cassare ancora. Le sue Sentenze erano armonia didattica. Tutti in Tribunale ne parlavano sperando che le impugnazioni non giungessero alla sua Sezione al Palazzaccio. Da qui le leggende metropolitane degli aggiustamenti e delle presunte corruzioni. In questo il Foro napoletano eccelleva per squallore oltre che per la fulgida oratoria dei suoi miti che resistono ancora. Poi le accuse di un quaquaraqua sia come mafioso che come pentito: Gaspare Mutolo che rappresenterà la deriva del nulla mischiato col niente. Un parassita che la giustizia ha rimorchiato nel disonore e che per accreditarsi accusò il Magistrato di essere al servizio delle cosche. Condanna in primo grado che avvallo’ le tesi dei denigratori napoletani e giudici di crassa ignoranza solo invidiosi del genio:
” Concorso esterno in associazione mafiosa” fu la prima condanna. Paradossale il Karma: la fine giuridicità dell’essere condannata da una norma scandalo poi disattesa in seguito dalla Cassazione e dal buon senso dopo la “caccia agli streghi”. Assoluzione definitiva e reintegro al Civile come panacea e scuse di uno stato di una società e di un mondo che per non apprezzare chi e troppo bravo e preparato, non può dire altro che e’ disonesto.
Lui si poneva contro il pool e contro i giudici sceriffo. Queste due parole rimangono un monito per tutti: «La Costituzione vuole il magistrato in toga e non in divisa […] Io sono un giudice e mi rifiuto di essere un combattente anche contro la mafia, il mio compito non è quello di lottare.»
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