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L’ASTENSIONISMO: UN DATO PERMANENTE E STRUTTURALE
Elezioni Regionali 23 e 24 novembre 2025: cali consistenti dell’affluenza alle urne

300ec121-b7ab-4192-9ea8-57fe6c512a04-1-300x300 L’ASTENSIONISMO: UN DATO PERMANENTE E STRUTTURALE

Si sono appena chiusi i seggi elettorali per il rinnovo Consigli Regionali e l’elezione dei nuovi Governatori di Veneto, Campania e Puglia, che ha coinvolto circa 13 milioni di elettori.

Al di là dei primi instant poll, i primi dati certi riguardano l’ennesimo calo significativo dell’affluenza alle urne.

Già, nella serata di ieri, domenica 23 novembre, l’ANSA registrava un calo significativo dell’affluenza in Veneto (quasi del 6 per cento, rispetto alla tornata del 2020) e in Puglia (quasi il 4 per cento), mentre la Campania registrava un dato simile a quello delle precedenti elezioni. Complessivamente, alle ore 23:00 si registrava un’affluenza di circa il 30%, o poco più, degli aventi diritto.

Si tratta del solito triste epilogo di un fenomeno ormai conclamato e cronico, quello dell’astensionismo dilagante, che spinge a una profonda riflessione molti esperti sulla reale rappresentatività delle persone elette.

Le consultazioni elettorali sono l’istituzione per eccellenza della partecipazione politica, strumento della volontà popolare, e la loro frequenza e regolarità sono un importante indicatore sostanziale di libertà e democraticità.

Esperti di sociologia e di scienze politiche studiano il comportamento elettorale alla luce di un numero pressoché indefinito di variabili, dinamiche nello spazio e nel tempo.

Gli elettori hanno diverse possibilità: non andare a votare (astensione), mettere nell’urna una scheda bianca oppure dare un vero e proprio voto.

L’astensionismo è ritenuto un fenomeno fisiologico nelle democrazie contemporanee, che presenta proporzioni diverse a seconda dei paesi presi in considerazione, ed è oggetto, naturalmente, di valutazioni differenti.

Dati ISTAT riportano in Italia una flessione evidente della partecipazione alle elezioni amministrative e politiche a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, un fenomeno che continua nella sua irreversibile emorragia, senza mai manifestare alcuna significativa inversione di tendenza. Si tratta di un fenomeno indubbiamente complesso, influenzato, secondo i maggiori studiosi, da molteplici cause, tra cui il disinteresse per la politica, la sfiducia nei partiti, la percezione che il voto non cambi nulla, i problemi specifici legati ai sistemi elettorali, come quelli che rendono meno significativo il voto o che limitano la scelta del cittadino, come ad esempio, il ricorso al sistema proporzionale con liste bloccate.

C’è un “Paese legale” troppo spesso scollegato dal “Paese reale”, un mismatch tra la politica e il popolo, dove le decisioni del primo non riflettono le esigenze e le reali condizioni del secondo.

Occorre che la politica ascolti il silenzio assordante del crescente partito del “non voto”, occorre che le classi dirigenti e politiche abbiano il termometro della concreta situazione sociale, che vadano tra la gente, che si facciano promotrici di azioni concrete contro questa disaffezione dilagante verso la politica e le istituzioni. Il voto è un diritto conquistato a fatica con dure battaglie di civiltà, un diritto che troppo spesso diamo per scontato, un diritto che sancisce il governo del popolo. Qui la classe politica ha la principale responsabilità di “parlare alla gente”, di educare la propria comunità alla partecipazione fattiva al governo del Paese, trasmettendo la sensazione che votare serva a qualcosa, che gli elettori non siano trattati come dei fessacchiotti (Cit. Totò “Gli Onorevoli” 1963), che democrazia, libertà, partecipazione, responsabilità siano concetti non solo formali, ma sostanziali.

Luigi Di Nuzzo

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