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È giusto scioperare per Gaza, ma per i salari quando?

In questi ultimi giorni imperversano le proteste contro il genocidio in atto a Gaza, giustamente considerate le violenze che il popolo palestinese continua subire, finalmente la maggior parte dell‘opinione pubblica prende posizione. Ciò che sembra strano non è la presa di posizione popolare ma l’atteggiamento dei sindacati ormai poco schierati in piazza per altre questioni di natura sociale che riguardano il nostro paese.  Sembra strano che, in un paese dove i salari contrattuali sono spesso al di sotto dei livelli di sopravvivenza, non si  rilanci la contrattazione. La lotta sindacale mette al primo posto la politica internazionale anziché la difesa dei redditi più bassi, della sanità, della scuola, dell’equità fiscale. O probabilmente, viene da pensare che, viste le piazze piene e le università occupate, a Landini sia  venuta l’acquolina in bocca e abbia deciso, per questo, di cavalcare l’onda emotiva dell’indignazione popolare.

Ricordiamo che  l‘Italia ha registrato il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principali economie dell’Ocse, ed è quanto si legge nell’Oecd Employment Outlook 2025, aggiungendo che. “nonostante un aumento relativamente consistente nell’ultimo anno, all’inizio del 2025 i salari reali erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021″.

Più in generale, l’organizzazione internazionale spiega che i “salari reali stanno crescendo praticamente in tutti i paesi dell’Ocse, ma in metà di essi sono ancora inferiori ai livelli dell’inizio del 2021, prima dell’impennata dell’inflazione che ha seguito la pandemia da Covid-19 tra questi paesi in cui si registra una crescita inferiore c’è l’Italia“.

In Italia , si prosegue nella scheda dell’Ocse  il “rinnovo dei principali contratti collettivi nell’ultimo anno ha portato ad aumenti salariali negoziati superiori al solito. Tuttavia – precisa l’organismo – questi non sono stati sufficienti a compensare completamente la perdita di potere d’acquisto causata dall’aumento dell’inflazione. Inoltre, all’inizio del primo trimestre del 2025, un dipendente su tre del settore privato era ancora coperto da un contratto collettivo scaduto“.

Infine, l’Ocse lancia l’allarme sull’equilibrio intergenerazionale. «Negli ultimi trent’anni – si legge – i baby boomer ovvero i nati tra il 1946 e il 1964,  hanno goduto di una crescita del reddito significativamente più forte rispetto alle generazioni più giovani. Se non si troverà modo di aumentare i redditi dei  più giovani, la disuguaglianza intergenerazionale crescerà».

I seguenti dati mostrano in maniera impressionante come è cambiata la società: « Mentre nel 1995 il reddito disponibile equivalente delle famiglie dei giovani in età lavorativa era superiore dell’1% rispetto a quello degli italiani tra i 55 e 64 anni, nel 2016 la situazione si è ribaltata a favore dei lavoratori più anziani, che godono di un reddito superiore del 13,8% rispetto a quello dei loro colleghi più giovani».

 

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